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Sabato 2 Maggio 2009, Striscia di Gaza
Il buongiorno ci viene dato da un altro boato lontano, verso le 9.30 del mattino. E’ mezzogiorno quando Anas e Yasser, amici palestinesi, ci vengono a prendere per accompagnarci al confine Palestina – Egitto. Durante il viaggio ci confermano l’esplosione sentita al mattino: “un F16”, ci dicono. E’ l’una quando arriviamo al border. Il lato egiziano è ancora chiuso. Gira una voce tra i militari di guardia al primo cancello del confine: sembra che Israele abbia comunicato all’Egitto la sua intenzione di bombardare la zona Sud adiacente al border, dove si trovano i tunnel e quindi ha ordinato di tenere chiuso il confine. Impossibile, naturalmente, avere conferma di questa voce. Aspettiamo circa un’ora, prima di ricevere il permesso per entrare all’interno degli uffici del lato palestinese del border. Come ieri consegnamo i passaporti, come ieri attendiamo. Sono le 15.30 quando l’Egitto comunica che possiamo uscire dal territorio palestinese (!) ed entrare in territorio egiziano. La Palestina stampa il nostro passaporto: “Palestinian Authority 02-05-2009 Rafah Boder Control Exit”. Lo stesso pulman che ci accompagnò all’entrata 22 giorni fa, ora ci sta riportando in territorio egiziano. Prima di varcare il primo cancello, alcuni militari controllano i nostri passaporti ed ispezionano i nostri bagagli. Passiamo. Entriamo negli uffici della dogana egiziana. Veniamo “scannerizzati” sia noi che i nostri zaini. Ci bloccano. Prendono telecamera, tutte le video cassette di girato, 9 cd di file e documenti, le 4 radio utilizzate per cominucare durante le distribuzioni ed il telefono satellitare (unico mezzo di comunicazione che può funzionare in caso di linee e ponti radio tagliati, indispensabile in caso di emergenza). “Nessun problema, solo un controllo, 5 minuti”. Sono le 15.45. Alle 16.15 ci fanno firmare la carta di uscita, stampano i passaporti e ci comunicano che possiamo valicare il confine. Chiediamo di riavere il nostro materiale. Naturalmente, nessuno parla inglese. Ci fanno capire che noi possiamo uscire, ma che il materiale è SEQUESTRATO. Chiediamo spiegazioni, a gesti e con qualche parola di arabo: “Lesh?” – “Perché?”. Fanno spallucce. Cerchiamo di mantenere la calma e insistiamo. Dopo un’ora si degnano di chiamare qualcuno che parla inglese. Viene fuori che, a causa di una fantomatica legge del governo egiziano, il famigerato mujabarat, i servizi segreti, si riserva il diritto di controllare ed eventualmente sequestrare il materiale in entrata in territorio egiziano. Facciamo presente che lo stesso materiale era in nostro possesso, e regolarmente dichiarato, già all’arrivo dall’Italia, momento in cui non si era verificato nessun problema. La situazione è talmente surreale che ci sembra quasi superfluo far notare che il metodo utilizzato corrisponde ad un FURTO, non ad un sequestro: inizialmente ci era stato detto che il materiale sarebbe stato semplicemente controllato, poi, magicamente, nessun aveva alcuna idea di dove le nostre cose si trovassero fisicamente e, per concludere, nessun agente doganale o di polizia o di qualsivoglia “intelligenza” segreta, si è degnato di consegnarci un pezzo di carta che certificasse l’avvenuto “sequestro” e le motivazioni dello stesso!! “Benvenuti nella Repubblica Democratica d’Egitto” cita un cartello sopra le nostre teste; facciamo notare l’incongruenza. Dopo 55 giorni di missioni quasi sorridiamo davanti a questa situazione; non c’è problema: non ci muoveremo dal border fino a quando non ci verrà restituito il NOSTRO materiale, come nostro diritto. Un poliziotto in borghese con tanto di pistola e manette ben visibili alla cintola prova a convincerci: “ il mujabarat può impiegare anche due giorni per controllare tutto il materiale, potete andare ad El Arish e tornare tra due giorni ed il materiale vi verrà riconsegnato” (poco prima ci avevano rassicurato sul fatto che il materiale ci sarebbe stato spedito al Cairo! Come si suol dire, un film già visto); “Dentro al border non c’è ne da bere, ne da mangiare” e continua “andiamo nel bar qua vicino” (proprio fuori i cancelli della dogana). Facciamo capire che può dirci quello che vuole, NOI NON CI MUOVIAMO. Naturalmente nel frattempo avvisiamo la nostra Ambasciata in Egitto che, nonostante l’ora tarda, fa tutto il possibile e oltre per aiutarci a risolvere questo nostro, ennesimo, problema. Per completare il quadretto, verso le 20.30 un’esplosione, questa volta vicina, fa oscillare le vetrate dell’edificio. Sembra fantasia, ma è tutto vero. Ormai sono le 22.00. Ci prepariamo a passare la notte nelle hall della dogana: tiriamo fuori i sacchi a pelo, c’è chi si sdraia per rilassarsi e chi gioca a carte. Poliziotti e agenti doganali ci guardano perplessi, rendendosi conto che la nostra volontà di non andare via prima di aver ricevuto il materiale è reale. Si prospetta per loro una lunga notte di sorveglianza! Passano un paio di ore. Sono le 00.15. Da una stanza esce un agente dei servizi segreti. Ha due buste di plastica nera in mano. Si avvicina e tira fuori una ad una le 23 video cassette, i 9 cd, le quattro radio, la telecamera ed il telefono satellitare. “Potete andare” ci dice.
Dire che siamo profondamente soddisfatti è dire poco.
Dopo 10 ore di attesa, ripercorriamo in senso opposto la strada fatta decine e decine di volte ormai un mese fa. All’una di notte arriviamo ad El Arish, dove passeremo la notte prima di recarci a Il Cairo.
Giovedì 30 Aprile, Venerdì 1 Maggio 2009, Striscia di Gaza
Ultimi giorni nella Striscia di Gaza. Giovedì la giornata passa tra il disbrigo delle ultime pratiche burocratiche ed i saluti. Continua a lusingarci la grande ospitalità e l’attenzione che riceviamo da tutte le persone che abbiamo avuto la fortuna di conoscere in questi giorni, nessuno escluso. Ringraziamo di cuore per tutto quello che ci hanno insegnato. Il Venerdì 1 Maggio è la giornata indicata alla nostra Ambasciata come giorno utile per uscire dal territorio Palestinese. In mattinata gli ultimi saluti e l’ultimo invito a pranzo a Jabalia, per celebrare la Festa dei Lavoratori. Alle 14.30 siamo sulla macchina che ci accompagna al border di Rafah, confine con l’Egitto. Mentre siamo in macchina e guardiamo la Striscia di Gaza scorrere via dai finestrini, pensiamo con gioia che si sta avvicinando il giorno in cui potremmo tornare in Italia e riabbracciare le nostre famiglie e le persone che amiamo, ma pensiamo anche ai Palestinesi, che ormai da 3 anni non vedono riconosciuto il loro diritto di poter liberamente circolare e che si vedono detenuti dentro un rettangolo di 40 km x 20.
Sono le 15.30 quando arriviamo al Border di Rafah, lato palestinese. Ci viene chiesto il passaporto dallo stesso funzionario che ci è venuto a prendere dal lato egiziano il giorno dell’ingresso. Bisogna verificare il COORDINAMENTO con l’Egitto. Chiamiamo il Dr Bellantone, funzionario dell’ambasciata italiana che ha seguito tutta la nostra missione. Ci rassicura sul fatto che le autorità egiziane hanno dato il via libera al nostro passaggio. Aspettiamo, ragionando su questa su questa singolare procedura di diritto internazionale: e l’Egitto a dover dar il permesso a singoli individui per uscire dal territorio Palestinese…
Nel frattempo notiamo che con noi, ad attendere il fatidico permesso, c’è una delegazione palestinese dell’ UNRWA, organizzazione dell’ONU. Ci dicono che sono diverse ore che attendono e che di ora in ora i problemi aumentano: sembra che l’Egitto voglia rifiutare il loro passaggio. Dopo queste informazioni siamo meno tranquilli, ma continuiamo ad aspettare. Alle 17.00 la comunicazione: UNRWA RIFIUTATA, ITALIANI “BUKRA”, “DOMANI”!!!. Siamo senza parole.
Richiamiamo l’Ambasciata che ci riconferma il fatto che l’Egitto aveva garantito il nostro passaggio in giornata, ma essendo Venerdì (giorno di festa) non ci sono le condizioni per sollecitare il transito. C’è poco da fare, ci dobbiamo ripresentare domani.
Ore 18.00. Siamo nell’ospedale di Khan Youis, lo stesso che ci ha accolti al nostro arrivo. In lontananza sentiamo il rimbombo dei colpi sparati dai tank; ci affacciamo alla finestra: bambini si rincorrono tra le macchine, alcuni uomini sono seduti davanti a un bar e dei ragazzini giocano a calcio. La vita continua tra i rimbombi nella Striscia di Gaza.
Martedì 28, Mercoledì 29 Aprile, Striscia di Gaza.
Probabilmente questi due giorni si potrebbero riassumere così: finalmente la distribuzione. Sono 8 le associazioni partner: Balsam Rehabilitation Society, Gaza Worker Relief Society, Amjad Society for Social and Cultural Development, Palestinian Medical Relief Society, Women and Child Development Society, Benevolent Palestinian Child’s Friends Association, Yaboos Benevolent Association e la Future Association for Culture and Development. Anche Vittorio Arrigoni è venuto a darci una mano e per noi significa molto ricevere il suo apprezzamento ed il suo appoggio. Ci vediamo la mattina di Martedì 28 nel “magazzino generale” a Nord di Gaza City. Tutti si danno un gran da fare e alle 12.00 abbiamo caricato gli 8 camion venuti a ritirare il carico.
Ogni associazione ha la sua zona di riferimento, partendo da Rafah, confine Sud con l’Egitto, fino a Jabalia, confine Nord con Israele. Le zone in cui vengono effettuate le distribuzioni sono le più povere o le più colpite dai bombardamenti aerei e dei tank, ma spesso le due cose sono andate di pari passo. Delle milleottocento famiglie raggiunte, più della metà ha perso la casa. Non solo durante quest’ultima guerra; qui ci sono persone che hanno visto la loro abitazione cadere sotto i colpi dei carri armati 4, 5 o anche 6 anni fa, nel silenzio dei media di tutto il Mondo e nello stesso silenzio il loro nome giace sulle liste dell’UNRWA, agenzia dell’ONU per i rifugiati, che dovrebbe attivare il programma per la ricostruzione. Milleottocento famiglie sonno milleottocento storie di una vita vissuta nella continua incertezza nel futuro, a contatto giornaliero con la morte, che qui non fa più paura ed è una triste compagna che può venire a bussare alla tua porta o a quella dei tuoi cari senza nessun preavviso. Per questo motivo ci spiegano che ai “Gazawi”, gli abitanti della striscia di Gaza, piace avere tanti figli, perché la possibilità di perderne 1 o 2 o 3 è concreta.
Mentre distribuiamo tra le macerie della periferia est di Gaza City, Azzam, il responsabile della PMRS, ci spiega cosa è accaduto nel posto dove ci troviamo: a 300 metri da noi gli abitanti ci indicano una piccola collina che si innalza dal campo di terra antistante. E’ stato li che 6 carri armati israeliani si sono posizionati ed hanno fatto fuoco, come se fosse un allegro tiro al bersaglio: 45 famiglie, altrettante case, 270 persone, 10 di loro non sono riusciti a fuggire in tempo; 4 donne, 1 medico e 5 bambini. Uccisi. Una distesa di macerie ed un dolore che non potrà mai essere cancellato è tutto ciò che rimane. Colpisce la dignità con cui questi uomini e queste donne vengono a ricevere il pacco alimentare. Per rispetto, rimaniamo in disparte. L’ultima mano che consegna il pacco è importante che non sia la nostra, ma le persone ci vengono a cercare per esprimere la loro gratitudine verso tutti gli italiani che gli sono vicino. Per loro questo è la gioia e l’aiuto più grande.
Veniamo a sapere che un barattolo di miele, lo stesso pericolosissimo miele che Israele non aveva intenzione di far passare, arriva a costare anche 200 sheqalim, 40 euro. E’ immaginabile la sorpresa di chi lo riceve.
In due giorni di distribuzione ripercorriamo da Sud a Nord l’intera Striscia di Gaza. Ormai da 20 giorni vediamo e rivediamo edifici distrutti, ospedali bombardati e moschee sventrate, ma neanche l’ombra di lavori di ricostruzione: il cemento non può attraversare ne le dogane israeliane ne tantomeno quella egiziana. Motivi di Sicurezza.
Durante la distribuzione di Jabalia, ci viene raccontato un altro aspetto di quest’ultima, terribile guerra: l’elettricità è mancata per 14 giorni, totalmente, l’acqua per 18. I negozi hanno terminato ogni tipo di genere alimentare e le code per comprare il pane, unica ragione per cui si usciva di casa, potevano durare anche 7 o 8 ore ed a volte, arrivato il tuo turno, il pane era finito.
Distribuiamo a Rafah, la zona Sud. Tra tutte, ci portiamo dietro le parole di Mohamed, padre di 6 figli: “le prime parole di Akhim, il più piccolo dei miei figli, non sono state mamma o papà, ma sono state – aereo – bomba. Che uomo sarà nel futuro?”
Vorremo tanto che il futuro di Akhim sia un futuro di pace.
Lunedì 27 Aprile 2009, Striscia di Gaza
Cinquantesimo giorno di missione. Ieri ci hanno assicurato che il cibo sarebbe passato oggi. Ci speriamo, ma crederci è un’altra cosa. Aspettiamo la telefonata da parte della compagnia di trasporti. L’accordo è quello di recarci al confine di Kerem Shalom per evitare qualsiasi tipo di problema all’uscita del border. “Vi chiameremo domattina intorno alle 10.00” ci era stato detto. Puntuale, la telefonata arriva alle tre del pomeriggio. Lasciamo il nostro Ospedale-casa. Uno dei soci della Delta trasporti ci passa a prendere con una lussuosa mercedes E 270 2000 delta, interni in pelle nera. Sembra che gli affari vadano a gonfie vele. Durante i 30 minuti di strada il rappresentante della ditta non smette un attimo di fare e ricevere telefonate dai suoi due telefoni cellulari. Il tono è concitato. Capiamo che sta parlando di noi. Dopo quasi due mesi qualche parola di arabo ci è entrata in testa. Tra queste, una è ripetuta più volte: “MUSHKILA”; “problema”. Cerchiamo di capire. Il telefono continua a squillare ed il tono si fa sempre più nervoso. Ci passa al telefono un altro dei soci, che parla inglese: “non siamo sicuri di potervi recapitare il carico, dovrete parlare con gli agenti doganali”. E’ l’unica cosa che ci dice prima di riattaccare. Sentiamo subito Jusef Al Bura’i dell’Ufficio Cooperazione. Ci tranquillizza, dicendoci che non avremo nessun problema. Non ci resta che sperare, preparandoci ad affrontarne. Percorriamo la strada che costeggia il confine egiziano di Rafah; fa effetto vederlo da quest’altra prospettiva. Siamo in zona militare. Superiamo 6 diversi posti di blocco con guardie armate di kalashnikov e finalmente siamo nel piazzale dove si trova il nostro carico. Ci troviamo esattamente al centro di un immaginario triangolo in cui i due lati sono il confine con l’Egitto (in direzione Sud-Ovest) ed il confine con Israele (in direzione Sud-Est); a pochi metri da noi sventolano le rispettive bandiere. Non possiamo fare a meno di notare il differente trattamento riservato alla carovana umanitaria rispetto ai carichi commerciali provenienti da Israele. I primi sono stati tagliati, aperti e controllati, nonostante gli scanner. I secondi (carta, farina, mele e banane) appaiono perfettamente intonsi. In mezz’ora il muletto carica i 40 pallets sul “nostro” tir con rimorchio. Continuiamo a seguire la scena, aspettandoci l’inghippo da un momento all’altro. Ripercorriamo la stessa strada a ritroso. Timbriamo i documenti in dogana. Fish mushkila!: nessun problema!. Quasi non ci crediamo, sono le 18.00 e dopo 50 giorni stiamo entrando dentro la Striscia di Gaza con le 40 tonnellate di cibo raccolte in Italia. Siamo felici e molto soddisfatti, ma non possiamo non pensare alle ingiustificate difficoltà di SISTEMA incontrare in questo lungo cammino. Aiutare non può e non deve essere così difficile e soprattutto continuiamo a pensare alle 15.000 tonnellate di aiuti fermi in territorio egiziano.
Il magazzino che abbiamo individuato come punto generale per tutte le associazioni partner si trova a Nord di Gaza City. Stocchiamo gli aiuti li. Domani, finalmente, potremmo iniziare la distibuzione alle famiglie.
Striscia di Gaza, 23 – 24 – 25 – 26 Aprile 2009
Giovedì 23 Aprile, la sveglia suona molto presto. Da subito cerchiamo di affrontare il problema che ci è stato comunicato ieri sera riguardo la lentezza del coordinamento con Israele, cercando di velocizzarlo. Grazie a Jusuf siamo in contatto con la dogana israeliana di Al Auga – Nizzana. Inutile dire che non abbiamo alcuna informazione certa, ma sembra che a questo punto (!) dal versante israeliano ci sia la volontà di far transitare i nostri aiuti umanitari quanto prima. Perfetto, pensiamo, ma poi succede quello che non ti aspetti: in data 28-03-2009 la Delta International Logistic & Trasportation Company ci aveva comunicato che il trasporto sarebbe stato pagato dal Ministero degli Affari Sociali e che avremmo comunque potuto disporre senza nessun problema del carico, potendolo distribuire personalmente; ora, la ditta di trasporti ci comunica che se è il Ministero a pagare il carico diventa di sua proprietà e ne può disporre come meglio crede, altrimenti dovremmo essere noi a pagare i 12.000 SHEQALIM (circa 2.300 EURO). Chiediamo il perché di una cifra così alta, che va ben oltre le nostre possibilità finanziarie in questo momento, ma la ditta di trasporti è irremovibile: 12.000 sono e 12.000 rimangono. Adducono velate giustificazioni quali il fatto che il passaggio dall’Egitto e da Israele ha dei COSTI, che si aggiungono naturalmente a quelli da sborsare per il servizio reso dalla ditta. E’ il colmo. Per lo meno c’è una religione che mette tutti d’accordo, quella del Dio Denaro. Che dire… non avremmo sinceramente mai sospettato di trovarci di fronte a questo tipo di difficoltà proprio ora che sembrava che il muro maggiore fosse superato. Dobbiamo andare avanti, avendo ben presente che i primi a subire le conseguenze di questo sistema è il popolo palestinese. Che amarezza.
Venerdì organizziamo l’incontro con le 6 associazioni dislocate su tutto il territorio della Striscia di Gaza con le quali faremo le distribuzioni per le famiglie con maggiori necessità. E’ stato importante sottolineare durante questo incontro, la nostra categorica volontà di rimanere al di fuori da ogni politicizzazione, lavorare tutti insieme per un solo ed unico fine: aiutare la popolazione civile, senza distinzione di partito. Parole scontate forse, ma non per una situazione come quella esistente qui.
E’ Sabato 25. Riusciamo a trovare parte della cifra richiesta dando fondo alle ultime finanze; mancano 1500 Sheqalim. Grazie all’intervento di Jusuf, che si offre personalmente per farci da garante, otteniamo dalla ditta di trasporti la possibilità di saldare il pagamento una volta tornati in Italia. Nonostante tutto, la ditta di trasporti continua a fare dei problemi sul giorno in cui potrà transitare il carico. Nel frattempo le associazioni con cui (inshallah) distribuiremo, ci portano le liste delle famiglie che riceveranno il pacco: 1728 in tutto.
Siamo arrivati al Quarantanovesimo giorno di missione. E’ Domenica 26 Aprile. La mattinata scorre in un’attesa che ormai definire snervante è un eufemismo. E’ mezzogiorno quando abbiamo le prime notizie: pare che la Delta Company non sia in grado di trovare un camion che percorra la distanza tra El Arish ed il confine di Al Auga! Quindi oggi potrebbero passare solo 26 dei 40 pallets. Iniziamo a sospettare cose poco chiare. Gli aiuti DEVONO entrare tutti insieme. Telefonate e ancora telefonate e ancora telefonate. Alle 15.00 Jusuf per telefono ci comunica che possiamo entrare martedì! Siamo senza parole. Fortunatamente dopo un ora la smentita. Il carico entrerà domani. Ok, ma quanta assurdità.
Mercoledì 22 Aprile 2009, Striscia di Gaza
Quarantacinquesimo giorno di missione. Alle 10.30 riceviamo una telefonata: “è tutto a posto, ci hanno comunicato che avete ottenuto il permesso.” E’ la nostra ambasciata. Siamo quasi increduli, richiediamo la possibilità di ricevere il PERMESSO per iscritto, via fax; “non c’è problema” è la risposta. Contattiamo subito Ahmed Al Assad, responsabile del World Food Programme di El Arish, per assicurarci che sia pronto ad avviare tutte le procedure per il passaggio. Chiamiamo la Delta International Logistic & Trasportation Company, compagnia contattata dallo stesso Al Assad ancora quando eravamo in Egitto: hanno bisogno di ricevere il PERMESSO scritto. Sono le 14.20 quando arriva il sospirato fax dal Ministero della Difesa Israeliano; siamo nello stabile del UNDP (United Nation Development Programme) centro nevralgico della cooperazione mondiale a Gaza, sede, tra le altre, dell’ufficio della Cooperazione Italiana. Controlliamo il Fax: siamo increduli, c’è un ERRORE. Il permesso per il transito dei nostri aiuti non è stato dato attraverso il valico di Kerem Shalom (a sud della Striscia di Gaza, punto di confine tra Gaza, Egitto ed Israele) ma dal Porto di Ashdod, porto israeliano oltre il confine Nord della Striscia, raggiungibile solo via mare. Semplice distrazione o precisa strategia? In questo momento poco importa, dobbiamo risolvere questo ennesimo problema. Contattiamo e ricontattiamo l’Ambasciata, il WFP, le dogane israeliane di Nizzana e di Kerm Shalom (in questo Jusuf, direttore operativo dell’ufficio, che oltre all’arabo parla italiano ed ebraico, ci è di fondamentale aiuto). Dopo due ore abbondanti il problema della dogana sembra essere risolto, ma, neanche a dirlo,ci viene comunicano che il carico potrà passare non prima di lunedì della prossima settimana. Sono le 18.30 quando usciamo dall’ufficio della Cooperazione italiana dopo aver tentato in ogni modo di velocizzare quest’ultimo passaggio. Abbiamo spinto per domani, ma, data la situazione, speriamo per Venerdì. Ci rechiamo nella sede della Delta International Logistic & Trasportation Company, non vogliamo lasciare nulla di intentato. Anche loro, però, sono dell’idea che prima di Lunedì è molto complicato, dato i tempi di “coordinamento” co n
Israele.
Torniamo nell’ospedale di Al Quds, la nostra “casa” per metà bombardata.
L’appuntamento con Jusuf è alle 9.00 di domani mattina nel suo ufficio.
Striscia di Gaza, 19 – 20 – 21 Aprile 2009
Domenica 19 doveva essere il giorno della comunicazione CERTA da parte del COGAT (l’organismo del Ministero della Difesa Israeliano che si occupa degli Affari Civili Palestinesi) sulla possibilità o meno di transitare con le 36 tonnellate di cibo ferme a El Arish. Questo ci era stato comunicato dalla nostra Ambasciata a Tel Aviv, questo avevamo preso come dato certo. Per farla breve, siamo a Martedì 21 e anche oggi ci è stato ripetuto che il COGAT si è riunito, ha parlato della nostra situazione, ci sono ottime possibilità, è praticamente tutto pronto, etc, etc, etc, ma non si capisce per quale motivo il giorno in cui potrà arrivare questo permesso è sempre domani. Tenendo in considerazione il fatto che il Ministero della Difesa Israeliano ha ricevuto la comunicazione del nostro carico UMANITARIO il giorno Mercoledì 1 di Aprile (ovvero ben 20 giorni fa), che a quanto pare c’è stata un grande mobilitazione da parte di tutte le nostre autorità dall’Italia e da qui, che stiamo parlando di CIBO PER PERSONE CHE NON NE HANNO, che con oggi sono 44 i giorni che manchiamo da casa, che naturalmente inizia a diventare anche un problema per le nostre (ridotte) finanze, che se per il nostro carico di aiuti (con tutte le pressioni fatte) ci sono queste vergognose difficoltà, pensiamo a cosa ne sarà delle 15000 tonnellate bloccate a El Arish, che per la nostra (piccola) esperienza nella Striscia di Gaza la sensazione di chi vive qui è quella di vivere in una prigione a cielo aperto e che questa nostra piccola storia è solo una delle infinite in questo grande “teatro dell’assurdo”, è facile capire quale sia il nostro stato d’animo.
Nelle ultime tre notti abbiamo ripetutamente sentito raffiche di armi automatiche, ci hanno spiegato che quel rombo lontano che di tanto in tanto ronza nelle nostre orecchie sono gli F16 o gli Aerei Spia (questi ultimi soprattutto di notte) e non manca qualche boato, fortunatamente anche questo lontano, delle cannonate provenienti dal mare, ma questa è l’incomprensibile normalità nella Striscia di Gaza.
Sabato 18 aprile 2009, Striscia di Gaza
Ci occorrono nastri. Cassette MiniDV. Ne abbiamo usati più del previsto per documentare quel che in questo lungo mese abbiamo visto. Trovarne qui a Gaza non è poi così semplice. Ci viene in aiuto Mohammed, un giornalista e operatore dell’agenzia Reuters, conosciuto la sera prima. Un buon caffè nel centro di Gaza City, quattro cassette nuove di zecca. Non c’è verso di pagargliele. Sono un regalo, punto e basta. Alle 14:00 appuntamento ai cancelli del porto con Vittorio Arrigoni e Marcello Sordo dell’ospedale di Al Awda. Un vecchio taxi e si va verso il confine nord della Striscia di Gaza, verso la “Al Salam Area”, l’area della pace! Venti minuti di macchina e la devastazione è totale: interi isolati rasi al suolo, case di cemento armato accartocciate su sé stesse, una dopo l’altra. Le bombe, prima, i carri armati poi, per finire “il lavoro”. E’una bella giornata di sole e di vento, ma lo spettacolo è raggelante. Gli unici rumori sono lo scricchiolio delle lamiere contorte tra le macerie, lo scalpiccio dei muli e l’eco delle martellate di coloro che, sopravvissuti, cercano di recuperare perlomeno il ferro delle armature, dalle rovine della propria casa. Anche ad Abdel nei suoi cinquant’anni vissuti, non resta altro. Una tettoia di lamiere costruita accanto ai ruderi, una stuoia a terra, un cuscino, una teiera, le braci. Non una parola d’inglese, la mano sul cuore per ringraziare, l’offerta del the, buonissimo, che beviamo piano cercando di parlarci a gesti e a sorrisi, in mezzo al niente. La distruzione è a perdita d’occhio. Accanto alla tendopoli una palazzina crollata ricorda a sua volta la forma di una tenda canadese. Sotto i soffitti sbriciolati e (a dir poco) pericolanti quattro bambine, la mamma e il papà, che ha lavorato trent’anni in Israele per risparmiare i soldi necessari a costruirla – ci racconta. A parte qualche sacco di riso o farina ogni tanto dall’UNRWA (l’agenzia dell’Onu per i rifugiati) non hanno più nulla. Ma nel buio di questa specie di grotta artificiale di rovine e cemento inutilmente armato, le figlie sedute sull’unico letto rimasto trovano la forza di sorridere. Ci congediamo a capo chino, quasi a scusarci dell’assenza che seguirà il nostro saluto. Un’altra casa bombardata. Marcello ci spiega che i soldati erano appostati proprio lì di fronte. Fecero uscire donne e bambini e li uccisero a fucilate sulla porta di casa. Il dottor Eiz Aldeen Abualash è in Canada. La sua casa è rimasta in piedi. E’una bella palazzina di tre piani con le scale in graniglia, gli infissi ripuliti, i mobili quasi nuovi. Suo fratello ci mostra con orgoglio l’avanzamento dei lavori di ricostruzione, dopo che un missile ha centrato la camera delle tre figlie, uccidendole sul colpo. Ci mostra al computer le foto agghiaccianti dei libri di scuola insanguinati. Poi prende fiato: “vedete questa chiazza…? sono i pezzi di cervello delle mie nipotine sparsi sul pavimento…” Il fratello sopravvissuto porta un cestino di plastica colmo di brandelli di metallo, li dispone sul tavolo uno ad uno: “sono i pezzi del missile che ha ucciso le mie sorelle” ci dice, mostrando una delle schegge dell’ordigno con una ciocca di capelli scuri ancora attaccata al piombo. Piombo fuso sulla testa di una bambina. Restiamo in silenzio, ammutoliti. Ci accompagnano all’ospedale di Jabalia, poco lontano. Solo avvicinandoci iniziamo a notare i vetri in frantumi, solo entrando, lo scempio nero delle bordate del fosforo. Un infermiere ci mostra quel che era la stanza dei medicinali. C’è un buco di un metro nella parete, dentro ogni cosa è fusa. Anche le pale metalliche del ventilatore a soffitto sono “sciolte” verso il basso come in un quadro surreale di Dalì. Sul pavimento, tra le ceneri dei medicinali, i resti squarciati del proiettile da 155mm. Lo guardiamo da vicino, il metallo slabbrato, la puzza di marcio, le tracce ocra del fosforo simili allo sterco di un animale malato.
Venerdì 17 Aprile 2009, Striscia di Gaza
Oggi è di nuovo Venerdì (la Djuma) e sta diventando normale anche per noi pensarlo come giorno di festa. Ancora una volta abbiamo di constatare la proverbiale ospitalità dei Paesi arabi: a casa del Dr Montasser le portate del pranzo sembrano non finire mai. Sono le 16.00 quando Yasser della Nedaa Alhaya Benevolent Association ci viene a prendere in macchina. Lui non parla inglese e noi non parliamo arabo. Non riusciamo a capire esattamente dove ci voglia portare, fino a quando arriviamo in una zona che probabilmente prima della guerra era un tranquillo quartiere poco fuori città. Siamo nel Sud della Striscia di Gaza, a poco più di un chilometro dal confine israeliano di Kerem Shalom.
Si apre un cancello; ad attenderci c’è Othman Houssein, il padre della famiglia che viveva qui. Quello che abbiamo di fronte è solo 1 dei 20.000 (e non si fa per dire) esempi di disarmante ingiustizia di questa guerra: 1 missile, una cannonata al fosforo bianco, la casa che brucia per tre giorni… “ero abituata a vedere i soldati israeliani, sono cresciuta con questo” ci racconta in perfetto inglese Maysoon, la figlia maggiore, 20 anni: “Era diventato quasi divertente vedere l’esercito israeliano con tutte le loro armi aggirarsi tra le nostre case e notare che anche loro avevano paura di noi, civili disarmati.” Sorride… “è come quando incontri un topo: tu hai paura ma lui è ancora più terrorizzato di te, e noi eravamo i topi.” Poi la sua espressione diventa quasi stralunata: “questa volta è stato diverso, questa volta è stato terribilmente serio.” Lei è stata l’ultima a lasciare la casa, non voleva abbandonare i suoi ricordi, la sua vita. Poi il padre l’ha convinta: “dopo due giorni il primo missile è caduto nella notte esattamente sul mio letto, se fossi stata lì io… io ora… si, sarei morta… ma sarebbe stato meglio della vita che sto facendo adesso”. La guardiamo negli occhi e ci chiediamo: PERCHE’? Suo padre non è un politico, non ha contatti con Hamas. E’ un intellettuale e un poeta conosciuto qui. Le uniche “armi” nascoste nella loro casa erano i coltelli da cucina. La vita di queste persone è cambiata così, per puro caso, perché qualcuno ha deciso senza un perché di premere il bottone rosso di un missile puntato in quel momento verso la loro casa. Poteva essere quella del vicino, o quella accanto, senza nessuna motivazione o logica, se di logica si può parlare. Una specie di roulette russa giocata sulla pelle di civili disarmati. Saliamo al piano superiore, di cui è rimasto solo un lontano ricordo. Incontriamo la madre, che sta ancora rimuovendo le macerie. Ci vede e si volta, piangendo. Aspetta un altro figlio. Ci sentiamo impotenti. L’istinto è quello di un abbraccio silenzioso e totale, per dar loro ogni cura, ogni sostegno possibile, sapendo che non sarà mai abbastanza. La casa è sventrata, ma prima di andare, ci offrono un the. Ci sediamo sul divano crivellato di colpi. Da una stanza che fino a quel momento era rimasta chiusa, escono gli altri 5 figli, hanno dai 2 ai 16 anni. Intravediamo oltre la porta materassi a terra, sacchi a pelo e coperte. Spegnamo le telecamere. Prendiamo il tè. Si ritengono fortunati potendo contare sulla casa dello zio. Il Venerdì di festa, però, lo trascorrono nel giardino della loro casa bombardata…
Ogni volta il saluto, il distacco, l’arrivederci che forse non sarà mai è una lacerazione che cerchiamo di diluire, ma che una volta risaliti in macchina lascia tra noi un vuoto di parole, un silenzio di tristezza che solo il raccontare allontana. Pochi minuti e siamo sulle rovine di quello che fu l’aeroporto internazionale di Gaza, icona sfarzosa e sventrata di uno sviluppo cercato voluto. Tre anni di ruspe e di mani per costruirlo, le arcate, le colonne, i mosaici di maiolica… Sembra ancora di sentirli gli avvisi dei voli dagli altoparlanti, di vedere i passeggeri in transito, le hostess. Sono bastati 45 minuti per raderlo al suolo in una notte del 2002. Quante tonnellate di aiuti avrebbero potuto atterrare senza valichi? Tra i crateri lasciati dalle bombe nella pista principale, ora pascola uno sparuto gregge di pecore.
E’ già sera quando poi incontriamo Mohamed Ashraf Gomaah, parlamentare palestinese a Ramallah, in Cisgiordania. La sua somiglianza con Mario mette tutto lo staff di buonumore. Apprende con sconcerto dell’ingente quantità di aiuti alimentari fermi a El Arish, in Egitto. La riunione sfuma nelle foto e nei convenevoli. Rientriamo a Gaza sfatti di parole e di tristezza.
Giovedì 16 aprile 2009, Striscia di Gaza
I due container di alimentari sono tuttora fermi ad El Arish (Egitto), è bene ricordarlo. Mentre prosegue la distribuzione degli aiuti giunti a destinazione qui a Gaza, continuano incessanti i contatti telefonici con l’ambasciata italiana a Tel Aviv, volti al tentativo di sbloccare in extremis l’imbarazzante stop forzato delle 36 tonnellate di cibo stoccate tra le altre nei magazzini del World Food Programme (Programma Alimentare Mondiale). Stamane iniziamo con una visita ad una scuola elementare. I muri forati dai proiettili, i bambini che ora giocano, ridono, si spintonano e che rivolgono alle maestre domande devastanti come: “perché dobbiamo studiare e stancarci se da un momento all’altro possiamo morire?” Forse la guerra è anche questo, trascritta a colori, in disegni che non mentono, ma che non possiamo vedere, in quanto devono essere consegnati al Ministero dell’Educazione. Ci spostiamo verso il confine occidentale della Striscia. Un gruppo di case civili, distanti 600 metri dalla frontiera con Israele, è stato raso al suolo. Tra le macerie le tracce del fosforo, incontrovertibili: non solo i resti dei bossoli d’artiglieria da 155mm del tipico colore azzurrino con le diciture che provano l’impiego di quest’arma micidiale, ma anche quelli del fosforo stesso che a terra somiglia letteralmente ad una merda color ocra. Pestandola, al contatto con l’ossigeno, sprigiona sotto i nostri occhi un denso fumo biancastro e un odore nauseante di olive marce. Ancora oggi, tre mesi dopo il bombardamento. Torniamo a Gaza city per una richiesta d’aiuto della Balsam Rehabilitation Society che si occupa della riabilitazione motoria e dell’assistenza psicologica alle famiglie di bambini disabili – ci spiega il suo responsabile Sakher Quandeel, che nonostante sia costretto su una sedia a rotelle da più di vent’anni si adopera con 13 volontari nell’assistenza di oltre 200 bambini. La sede sociale è per loro come una seconda casa. Shakher, con una serenità ed un sorriso che mettono a tuo agio, ci apre una finestra su un mondo: come si vive da disabili in una guerra? Che cosa significa il non potersi muovere quando cadono le bombe? “Ero in casa, semplicemente… aspettavo di morire.” E mentre lo dice, sorride. Poi cambia espressione: “i miei tre figli mi chiedevano: papà, PERCHE’? io… cercavo una risposta, invano. Ho passato ore cercando di dargliela, senza saperla neppure io. Lunghe ore tentando di dar loro quel supporto psicologico che a me per primo, mancava e manca, tuttora, a tutti noi palestinesi.” Ci spostiamo verso il porto di Gaza. La pesca è al collasso. Le 20 miglia marine previste dagli accordi di Oslo sono state forzatamente ridotte negli anni prima a 10, poi a sei, ora a due / tre, quando la marina israeliana è di buon umore. Nei fatti le i pescherecci vengono intercettati e bloccati con le armi già un miglio e mezzo al largo dalla costa. Le acque pescose sono su fondali rocciosi, ben oltre le due miglia – ci spiegano – e questa è la stagione migliore per le sardine. Purtroppo durante la guerra il gasolio costava 10 dollari (americani) al litro e per sopravvivere sono stati utilizzati i combustibili più vari, incluso l’olio da cucina, con il risultato che ora molti motori sono inservibili, e le barche in esercizio vengono respinte “con ogni mezzo”: idranti, mitragliatrici, speronamenti. Sami è un pescatore. Padre di quattro figli, giovane, ma di un’età indefinibile, consumata dal mare e dalla guerra. Il 22 marzo 2007 era a bordo del suo peschereccio. Targa in regola, documenti in regola. Stava semplicemente pescando. Una vedetta israeliana li prese a cannonate. Quarantacinque colpi, riferisce. Il suo braccio sinistro rimase prigioniero delle lamiere. Mentre racconta, il polsino logoro della sua maglia rigia, nasconde l’amputazione all’altezza del polso. “Dopo aver smesso di sparare hanno aspettato mezz’ora a chiamare i soccorsi. C’era sangue dappertutto…” Ora sogna una protesi, e un lavoro. In una serata apparentemente tranquilla arriva una notizia: due F-16 hanno bombardato alcune case a Deir Al Balan, 10 Km a sud di Gaza. Normale “amministrazione”, ci dicono, quasi stupiti del nostro allarme. Fortunatamente pare non ci siano vittime, per questa volta.
Mercoledì 15 aprile 2009, Striscia di Gaza
Mentre scriviamo questo diario, nella reception deserta di questo ospedale bombardato che ci ospita, arrivano in silenzio due infermieri. Baffoni, faccia seria, ci stringono la mano, ci danno il benvenuto. Uno di loro con poche parole che ci distruggono, semplicemente. La morte negli occhi e nelle notti insonni. Ha visto uccidere bambini e donne scampati alle esplosioni, a sangue freddo. Fuoco sui soccorsi. Stiamo parlando con un sopravvissuto, un fantasma che cammina, con la sua divisa bianca e rossa. Col telefonino ci fa ascoltare una canzone italiana, che gli teneva compagnia quando tornava a casa, senza più riuscire a parlare, neppure con sua moglie. Lo aiuta ad allontanare la mente da una specie di barrito d’elefanti, da un tuono infinito che morde le sue notti. La ascolta con noi, nel rimbombo dell’atrio deserto. La ascolta e si commuove. E noi qui, che potremo tornare, lo fissiamo inermi. Il computer aperto per scrivere, minuscoli dinnanzi alle sue parole, al suo silenzio, al suo saluto, al suo cordoglio per le vittime del nostro terremoto. Torniamo a noi, ammesso si possa, da questa catastrofe Innaturale e senza fine. E’ mercoledì 15 aprile. La prima distribuzione di pannolini, omogeneizzati e latte in polvere e biscotti per bambini è a Jamali, a nord di Gaza city. Una piazzetta, un palazzo accartocciato su se stesso. Tra le macerie sono stati estratti tre bambini senza vita. Ce lo racconta il padre. Il viso e il tono lo lasciamo all’immaginazione di chi legge. Nonostante la mattina di sole, sembra di sentirli i boati, il terrore, l’odore di polvere e sangue. Questo ci raccontano, questo ci chiedono di raccontare. E’ successo esattamente qui, dove ci troviamo ora con le nostre scarpe logore ma comode. Tra i ruderi si forma composta e silenziosa una fila di persone. I sacchetti azzurri sono pronti su quel che resta di un tavolo. Piano, uno ad uno, tra i bambini che reclamano una foto, vengono consegnati. Assistiamo con gioia e infinita tristezza a questo piccolo rito, ai ringraziamenti sommessi ma veri, di quelli che, una volta di più, fanno venire i brividi. A questo no, non si fa l’abitudine. Stringiamo decine di mani, grandi e piccole. I saluti, al momento di andare, non finiscono mai. Ci spostiamo all’ospedale di Al Awda vicinissimo alle prime linee dell’ “operazione” piombo fuso: un massacro di gente inerme, senza troppi giri di parole. Chi pensa alla politica, può farsi un’idea spegnendo la TV e venendo qui. Accanto all’ospedale, un’altra ambulanza centrata da una granata. Il portellone squarciato. Dieci metri e siamo nel magazzino dell’ospedale dove gli aiuti ricevuti sono accuratamente catalogati e riposti in attesa di un loro utilizzo. Ci auguriamo possano scadere in Pace. Dall’ultimo piano di quest’ospedale si vede distintamente il Israele oltre il confine nord della Striscia di Gaza. La attraversiamo per tutta la sua breve lunghezza recandoci a Rafah per un'altra distribuzione presso la Nedha’a Al Haya Benevolent Association. Quando entriamo pensiamo sia una clinica per giovani madri, sedute con gli occhi bassi e i neonati in braccio nella piccola sala d’aspetto. Il personale ci accoglie, e ci mostra come in una stanza accanto, in perfetto ordine e con una cura amorevole che non possiamo fare a meno di notare, siano riposti gli aiuti, le sedie a rotelle, il materiale per le mamme e i bambini ricevuto solo ieri. Al centro di un grande foglio una scritta con i pennarelli rosso e blu: “Welcome Music For Peace”. Grazie. Le giovani madri che affollano la saletta stavano attendendo la distribuzione degli aiuti. Le chiamano per nome, affettuosamente, consegnando loro la busta azzurra con il piccolo aiuto, accettato volentieri con una dignità raramente riportata dai grandi media. Ringraziano con gli occhi, oltre il velo, prima di tornare a casa.
Martedì 14 aprile 2009, Striscia di Gaza
Giornata di formalità burocratiche. E’ la volta degli atti di donazione necessari per la cessione degli aiuti agli ospedali di Al Awda, Al Amal, Al Quds (Gaza) alla Neda’a Al Haya Benevolent Association ed alla Amjad Society for Social and Cultural Developement. In serata ci portano in un locale nel centro di Gaza dotato di Wi-Fi, per poterci finalmente collegare, o perlomeno provarci. Conosciamo Vittorio Arrigoni, volontario e scrittore, qui a Gaza dall’agosto scorso. Sue le (migliori) cronache di questa guerra appena trascorsa oltre ad un’incredibile serie di storie e vicissitudini vissute in prima persona, e raccontate in un suo libro di prossima uscita. Il blog di Vittorio è guerrillaradio.iobloggo.com
Striscia di Gaza, Lunedì 13 aprile 2009
E’ finalmente arrivato il giorno delle distribuzioni. La sveglia suona alle ore 7.00. Prepariamo gli zaini, oggi ci sposteremo a Gaza City, ospiti di un altro Ospedale della Mezza Luna Rossa Palestinese. L’appuntamento è fissato alle ore 9.00 nello stesso ospedale che ci accoglierà per la notte; i bombardamenti e le cannonate non hanno risparmiato neppure i piani superiori e l’ala est di questa struttura sanitaria. Entriamo in una sala riunioni. Intorno al tavolo, i responsabili delle strutture destinatari degli aiuti: l’Al Quds e l’Al Amal Hospital, situati nel centro della Striscia di Gaza, l’Al Alauda Hospital che copre la zona nord, la Nedaa Alhaya Benevolent Asociation, che offre cure ed assistenza gratuita nella zona sud e l’ Am Jad for Cultural and Social Development, centro di assistenza per bambini sordo muti. Insieme concordiamo una prima ripartizione secondo i bisogni e sono le 10.00 quando ci rechiamo nella tenda - magazzino dove ieri abbiamo stoccato gli aiuti. Davanti ai cancelli che delimitano i magazzini della Mezza Luna Rossa si accalcano un centinaio di persone in coda sotto il sole per ricevere una razione di cibo, distribuita tramite un’apposita tessera verde. Fa molto caldo, anche grazie all’ “effetto serra” creato dal tendone, ma è una grandissima soddisfazione vedere il materiale che riempie i 4 camion ed il furgone con i quali verrà portato a destinazione negli ospedali. Sono le tre e mezza del pomeriggio quando terminiamo la distribuzione. La fatica è molta, ma ripagata, completamente. Pranziamo. Ci viene raccontato, con una disarmante naturalezza, del peschereccio che è stato affondato a cannonate questa mattina perché, a causa della nebbia, ha oltrepassato le 4 miglia (6,5 Km) concesse ai palestinesi per pescare. Storia di ordinaria e quotidiana follia in questo lembo di terra chiamato Striscia di Gaza.
Striscia di Gaza, Domenica 12 aprile 2009
Quando ci svegliano a khan Younis, nella Striscia di Gaza, quasi non ci sembra vero, dopo un mese trascorso tra attese, telefonate, incontri e discussioni interminabili in Egitto. Passa a prenderci il dr. Montasser e si va a Gaza City. Le case bombardate sono un pugno nello stomaco. Anche le ambulanze sono state prese a cannonate: ne vediamo alcune carcasse sventrate di fronte all'ospedale. Su ciò che resta di una portiera gli squarci delle schegge. Neppure l'ospedale è stato risparmiato. Neppure le case accanto, ancora in piedi, ma coperte di fori di proiettili e ferite dagli squarci dell'artiglieria. Pochi metri, un cancello, uno spiazzo, e i due containers con la croce di Music For peace che ci aspettano, intonsi, carichi di medicinali, finalmente a destinazione. Apriamo, c'è tutto. Iniziano le fatiche dello "scarico del carico" per trasferirlo sotto un tendone fortunatamente distante solo alcuni metri. I volontari della Palestine Red Crescent Society ci danno una mano, entusiasti, ma oltre 20 tonnellate di medicinali, letti, materassi, peluches per bambini, sedie a rotelle, sulla schiena si sentono. Con noi c’è anche Yousef Al Bura’i responsabile operativo per la Striscia di Gaza dell’ufficio della Cooperazione Italiana, che con piacere non lesina fatica nell’aiutare il gruppo. Pranziamo a pomeriggio inoltrato, all'ultimo piano dell'ospedale, ospiti della mezzaluna rossa Palestinese. A meno di dieci metri dalla nostra tavola un salone sventrato e bruciato da una bomba, forse al fosforo. Il tetto sfondato e carbonizzato. La stessa sorte è toccata a un ala dell'ospedale: ci passiamo, scendendo le scale. Le stanze sono carbonizzate. Dei letti restano solo le parti metalliche e le molle dei materassi. Torniamo verso khan younis. Crolliamo dal sonno. Accanto a noi sfilano edifici distrutti, silos agricoli e moschee centrate dall'artiglieria, come in un agghiacciante tiro al bersaglio. Torniamo in albergo. È sera. Dopo cena incontriamo di nuovo il dr. Montasser, per gli ultimi dettagli della distribuzione, prevista per domani...
Quasi dimenticavamo; buona Pasqua, anche da qui.
Sabato 11 aprile 2009, El Arish
Un mese e un giorno in Egitto. Poco dopo le dieci il telefono squilla. E’ l’ambasciata italiana del Cairo. Poche parole, concise: “Ci sono i permessi, correte al confine!”. Fiducia e scetticismo. Bagagli. Alla reception salutandoci dicono di aver visto il nostro servizio su Al Jazeera. Tutto spinge tranne il taxi, più scassato del solito se possibile. Si va. Al valico di Rafah ci arriviamo alle 12:20. Cielo grigio, nessuno. Gli uomini della polizia segreta “sono andati via e tornano dopo”, ci riferiscono alla porta. Panico diffuso. Poi invece tornano davvero, ci fanno cenno di entrare. Passaporti, al solito, ma tutto sembra improvvisamente più fluido. Come se ciascun militare sapesse già tutto dell’ok al nostro passaggio, fin dai metal detectors. Ci fanno compilare il modulo d’emigrazione. La dogana timbra. Corridoio deserto e siamo nell’ufficio del “solito” ufficiale senza nome, quello della polizia segreta. Ci chiedono di dichiarare per iscritto, a penna e in italiano sulle fotocopie dei nostri passaporti, che ci tratterremo nella Striscia di Gaza per soli 4 giorni. L’ambasciata ci aveva detto quindici, ma già così non ci sembra vero. Sono le 14:07 quando nella stanza disadorna vengono pronunciate le tre parole della svolta: “GO-TO-GAZA”. Salutiamo con gli zaini già in spalla. Ci sembra persino accettabile che ci chiedano 91 (novantuno) pounds come tassa d’uscita. “No foto! No video!” ma abbiamo già scattato l’impossibile. Un autobus con i vetri a pezzi ci aspetta, deserto. Piove. Saliamo, salutiamo anche i muri. Dopo 31 giorni, usciamo dall’Egitto per entrare in Palestina, nella Striscia di Gaza. E’assurdo ma pare che da oltre un mese non passi nessun operatore umanitario. Non ci sembra ancora vero fino a quando non vediamo la bandiera palestinese dipinta su un muro di cemento armato. Alle 14:43 vediamo finalmente la faccia del dott. Montasser dopo un mese di telefonate. Siamo arrivati. Siamo contenti, come minimo. Un the e saliamo sull’ambulanza che ci accompagna fino a Khan Younis, dove pernottiamo nella pensione dell’ospedale che ospita le famiglie che hanno avuto la casa distrutta dalle bombe, a metà strada tra il confine e Gaza city. Lungo il percorso, i primi segni dei bombardamenti. Domani ci aspetta una lunga giornata di lavoro. Finalmente! Inshallah.
Venerdì 10 aprile 2009, El Arish
Venticinquesimo giorno di stop forzato, un mese giusto dal nostro arrivo in Egitto. Un altro venerdì di festa. Vuoto. Hussein, il proprietario della pensione dove alloggiamo ci invita a pranzo a casa sua. Le nostre ambasciate del Cairo e Tel Aviv, nel tardo pomeriggio, ci chiedono ancora pazienza per un altro paio di giorni. Stanno cercando di muoversi ai massimi livelli, ci confidano. Noi confidiamo in loro.
Giovedì 9 aprile 2009, El Arish
Ventiquattresimo giorno, quello del triplo carpiato: Alle 09:00 dal segretario del Governatore, che alle 13:30 – dopo solo quattro ore e mezza di attesa -ci rimbalza alla mezzaluna rossa, dallo stesso Mr. Sirag Sassy, che a sua volta ci rimbalza da Mr. Mohammed Taufik (è un film) il capo delle dogane del Sinai. Quest’ultimo ci propone di sottoscrivere una sorta di manleva, con la quale dichiariamo di ritirare il carico per nostra spontanea decisione (!!!) Opponiamo un netto rifiuto, spiegandogli come sono andate le cose che lui sa benissimo. Con l’amaro in bocca organizziamo seduta stante la spedizione telefonando a Gino Elghendi della Messina Spa, che se ne fa carico. Non ci resta che tornare al Valico di Rafah, zaini in spalla, per tentare di entrare nella Striscia di Gaza dove ci attendono i due container di medicinali, sulla base degli accordi stabiliti due settimane or sono. Naturalmente, come detto, qui vale tutto. Alla porta ci riferiscono di un avvicendamento del personale di frontiera: le pratiche per attraversare il confine Egitto – Palestina sono da rifare. Daccapo. Lo stato d’animo è immaginabile, o forse no. Fa buio. Non resta che tornare nell’amata El Arish, in attesa di notizie dalla nostra ambasciata.
Mercoledì 8 aprile 2009, El Arish
Ventitreesimo giorno. Incontro mattutino con Mr. Sirag Sassy, coordinatore generale della mezzaluna rossa egiziana per l’occasione in trasferta qui a El Arish. Uomo colto e garbato, fa parecchie domande sulla nostra posizione nei confronti dell’Egitto, tentando di persuaderci a non far rientrare il carico alimentare in Italia. Tiene un profilo basso, ma è persona influente e “collegata”… probabilmente uno dei pochi da queste parti a comprendere la possibile portata delle ripercussioni politiche e mediatiche di una scelta, obbligata, come la nostra. Per il trasporto dei pallets di cibo da El Arish al porto di Alessandria ci suggerisce di incontrare il segretario della regione del Nord Sinai, generale Mohammed El Kiki. Sembra un film anche dai nomi dei personaggi. Alle 16:00 tentiamo un incontro al vertice, direttamente con il Governatore Regionale, generale anche lui. Ci danno appuntamento per le 21:00. Ci riceve dopo due ore di anticamera, alle 23:00. Definire kitch il suo ufficio è un pallido eufemismo: è una parata dei più pacchiani simboli del potere, che esercita con la mano ferma di chi non rischia nulla, non dandoci scelta. Da Rafah con gli alimentari non si passa. Nessuna eccezione o attendiamo qui, in uno stato “sovrano” il permesso di Israele (che potrebbe non arrivare mai), o lasciamo il carico alla mezzaluna rossa come tutti gli altri. Singolare che Ahmad Orabi, direttore della locale mezzaluna rossa, fosse uscito dal suo ufficio ridendo, poco prima, nonostante le 10.000 tonnellate di aiuti umanitari per Gaza che marciscono nei suoi depositi.
Martedì 7 aprile 2009, El Arish
Ventiduesimo giorno di stop. Mattina. Le telefonate sono le solite. Sempre tante, ma ormai molto simili tra loro. Alle 14:50 finalmente riceviamo per iscritto il fatidico numero di donazione del carico alimentare, passaggio fondamentale per il transito del carico, con la notifica di avvenuto inoltro al COGAT israeliano, in data 1°aprile. Speriamo. Il Paradosso supera sè stesso alle 15:30 quando la nostra ambasciata di Tel Aviv ci annuncia che ISRAELE VIETA IL TRANSITO DEL MIELE. La cosa era nell’aria da un paio di giorni, ma pensavamo fosse troppo assurda per essere vera. In un primo tempo ci avevano detto che il miele era un problema, in quanto “poteva esser stato sostituito con miele egiziano, non a norma” (sic). Abbiamo fatto presente che si trattava di miele italiano di prima qualità, con tanto di certificazione prodotta. Ci avevano quindi contestato l’importazione in Israele. Spiegato che trattavasi di mero transito ecco arrivato il veto: CON IL MIELE NON SI PASSA. Inevitabile un nostro comunicato stampa diffuso poi dall’ANSA:
GAZA, AIUTI ALIMENTARI : ISRAELE PROIBISCE IL TRANSITO DEL MIELE.
TRENTASEI TONNELLATE DI CIBO RIENTRANO IN ITALIA.
L'Associazione Umanitaria Ligure MUSIC FOR PEACE, al 24° giorno di stop forzato dei quattro volontari impegnati nella missione verso GAZA con 36 tonnellate di aiuti alimentari al seguito, rende noto di aver ricevuto nel pomeriggio di ieri - ore 17:45 locali - l'ultima di un'incredibile serie di richieste:
"DOVETE TOGLIERE IL MIELE DAI 1800 PACCHI FAMIGLIA DESTINATI ALLA POPOLAZIONE DI GAZA: ISRAELE NON NE CONSENTE IL TRANSITO"
A riferirlo un consigliere dell'Ambasciata italiana a Tel Aviv, che dicendosi dispiaciuto ha comunicato l'incomprensibile veto dolciario imposto dalle autorità israeliane. "Non capiamo quale micidiale arma chimica si possa ricavare da ottimo miele italiano, ma una cosa è certa: con il carico imballato e pallettizzato è impossibile separare i temibili barattoli di miele dal resto degli aiuti - ha dichiarato Stefano Rebora - presidente dell'Associazione. Questa è solo l'ultima di una paradossale e incredibile serie di richieste e difficoltà che sono state sollevate per ostacolare in ogni modo la consegna degli aiuti alimentari a Gaza. Dopo 14 missioni, è la prima volta che assistiamo ad una simile tarantella burocratica - continua Rebora - dopo l'ultimo infruttuoso incontro con il governatore della regione egiziana del Nord-Sinai, conclusosi questa notte, constatiamo nei fatti l'impossibilità di consegnare a destinazione gli aiuti alimentari raccolti: abbiamo quindi deciso di farli rientrare in Italia" conclude.
A nulla è valso l'interessamento diretto - che dura ormai da oltre un mese - delle ambasciate italiane del Cairo e Tel Aviv, oltre a quello della Farnesina. Già nella mattinata di oggi Music For Peace inizierà le procedure per il rimpatrio del carico, attualmente stoccato ad El Arish presso un magazzino logistico collegato al WFP - PAM, mentre i volontari proseguiranno alla volta di Gaza per consegnare in loco i medicinali, che hanno già varcato il confine.
Ogni nostro intelocutore istituzionale ci ha rivolto la stessa richiesta: "Perchè non donate il carico alla Mezzaluna Rossa Egiziana?" dichiara Stefano Rebora "Questo sarebbe non solo contrario alla filosofia della nostra Associazione, basata sulla raccolta e sulla consegna DIRETTA degli aiuti, ma anche al più elementare buon senso, dopo che abbiamo potuto constatare e documentare come migliaia di tonnellate di aiuti umanitari giunti da tutto il mondo marciscano qui ad El Arish (40 km dal valico di Rafah, n.d.r.) ammucchiati all'aperto sotto pioggia e sole, da settimane se non da mesi."
Associazione Onlus Music For Peace – Genova
Lunedì 6 Aprile, El Arish
Ventunesimo giorno di stop sul confine egiziano – palestinese. Ore 9.00: riceviamo una telefonata proveniente dal Consolato Italiano di Gerusalemme, dall’altra parte del telefono la Dr.ssa Belelli. “Mi auguro, tra oggi e domani, di potervi dare delle belle notizie”. Speriamo… La speranza, però, dura molto poco: alle 10.30 siamo nuovamente in contatto con il Consolato: “il COGAT (la struttura del Ministero della Difesa israeliano competente sugli affari civili palestinesi) richiede altri documenti inerenti il materiale da far transitare”. Che tipo di documenti sembra non sia dato a sapersi, ad ogni modo, sempre più increduli, facciamo presente che tutti i documenti in nostro possesso e necessari per la precisa identificazione del materiale (AIUTI UMANITARI ci teniamo a sottolinearlo) sono stati consegnati all’ UTL. Sono le 15.45 quando veniamo contattati dall’UTL che ci informa che il Consolato ha provveduto ad inviare i documenti richiesti dal COGAT. A questo punto la questione dovrebbe essere risolta, MA, alle 19.15, riceviamo un’altra telefonata dall’UTL, l’ufficio per la cooperazione a Gerusalemme; il succo della conversazione: sarà molto difficile smuovere la situazione se a supporto non verranno fatte “pressioni politiche”. Ci sembra letteralmente assurdo. Ogni commento è superfluo.
Venerdì 3, Sabato 4, Domenica 5 Aprile El Arish
Venerdì,Sabato e Domenica, tanto dura il fine settimana in terra Israeliana, dalla quale ormai abbiamo capito dipendere totalmente, nonostante che fisicamente ci troviamo in Egitto. Viviamo nell’attesa. Poco o nulla accade. Mario fa un gran lavoro di contatto con media, carta stampata e web: il frutto è avere un articolo su repubblica.it con un video che riassume le assurde difficoltà macchinosamente presentate a tutti gli aiuti alimentari che transitano dall’Egitto con direzione Gaza e che giacciono al sole, dimenticati.
Inutile dire che l’attesa e soprattutto il non ricevere nessuna indicazione certa, sta diventando, giorno dopo giorno, sempre più snervante.
Ormai sono 20 i giorni che ci vedono bloccati qui.
Giovedì 2 Aprile, El Arish
Diciassettesimo giorno sul confine egiziano – palestinese. Fortunatamente non siamo scaramantici. Ci svegliamo con la consapevolezza che domani e dopo saranno nuovamente due giorni di festa. Dobbiamo fare qualcosa. Cerchiamo di sondare tutte le possibili soluzioni. Ci dividiamo. Mario e Samuele rimangono a seguire il fondamentale lavoro di contatto con i media in Italia, essere “dimenticati” è naturalmente l’ultima cosa che vogliamo!, mentre Stefano e Giuseppe si recano dal Governatore di El Arish, che già ci è stato di grande aiuto quando ha fatto in modo di farci avere il permesso per stoccare il materiale a El Arish. Arriviamo nel Governatorato alle 10.30, “il Governatore è appena uscito” – ci dicono – “tornerà tra un paio d’ore”. Aspettiamo. Sono le 13.00 quando finalmente veniamo ricevuti da Sirag Sassy, Coordinatore Generale della Egyptian Red Crescent e diretto collaboratore del Governatore. Rispieghiamo la nostra situazione, facciamo ben presente che la dogana di El Auga ha dato l’ok e che l’ambasciata italiana d’Egitto ci ha comunicato che “Egitto ed Israele hanno messo il nostro carico di aiuti nella lista di priorità”, ma nonostante ciò la situazione sembra non essersi sposata di un millimetro. Il Dr Sassy a questo punto ci chiede: “Avete il riferimento di un agente doganale a Nizzana?”. Attimi di sconcerto. Cerchiamo, ancora una volta, di capire. Nizzana è il versante israeliano della frontiera di El Auga e, a quanto pare, la nostra Ambasciata in Israele dovrebbe fornirci questo contatto, dopo di che si può procedere con il passaggio. Facciamo presente che a noi risulta che il nodo da sciogliere risiede nel Ministero della Difesa israeliano… ad ogni modo rispondiamo anche a questa ennesima richiesta: giri di telefonate, attese, contatti incrociati tra Ambasciata e Consolato italiani in Israele; inutile dire che la risposta non è immediata. Alle 14.30, ormai dopo esserci congedati dal Coordinatore Generale della ERC, arriva il riferimento dell’agente doganale di Nizzana, insieme, però, alla conferma di quanto abbiamo fatto presente: senza l’avvallo del Ministero della Difesa israeliano non si passa e, ad oggi, la nostra richiesta di permesso non è ancora arrivata sulla scrivania del Ministro. Siamo punto e a capo.
Nota positiva della giornata: alle 17.00 Stefano rilascia una intervista per Radio Capital. Un’altra voce che si unisce al coro.
Mercoledì 1 aprile 2009, El Arish
Il pesce d’Aprile è un ulteriore complicazione nei contatti con i media, che mai come oggi temono imboscate. Buongiorno! Squilla il telefono: è Gianpietro Testolin, direttore dell’ufficio cooperazione dell’ambasciata italiana in Israele che ci riferisce di nuove trattative in corso. Segue il consueto massacro di telefonate. Vodafone per le missioni umanitarie no-profit non prevede alcuna agevolazione né deroga alle tariffe: vuol dire TRE EURO AL MINUTO più 60 centesimi alla risposta. Se chiami in Italia. Se ricevi chiamate SOLO 2€ al minuto. Passiamo le giornate al telefono, e non per diletto. Ci auguriamo che il gestore si metta una mano sul cuore e l’altra sul portafoglio, dato che il nostro è ormai agli sgoccioli. Anche la pazienza scricchiola dopo le 13:00 quando ci chiama l’ambasciata italiana al Cairo per dirci che “siamo nella lista delle priorità”. Considerando che la sola associazione italiana su suolo egiziano in missione verso Gaza è la nostra, ci pare abbastanza normale dopo tre settimane di delirio doganale. Ci chiediamo che cosa potrebbe andare peggio se non fossimo neppure tra le “priorità”. E’ impossibile a questo punto non constatare che il numero di rassicurazioni ricevute è inversamente proporzionale a quello dei risultati, e lo ribadiamo. Stiamo sviluppando una sorta di allergia alla frase “ci siamo ATTIVATI” troppe volte sentita e ad oggi acclarato sinonimo di “nessuna soluzione”. Fatti alla mano purtroppo.
Alle 14:00 Giampietro Testolin dall’ambasciata italiana a Tel Aviv ci annuncia che le sue ferie pasquali inizieranno domani, dirottandoci sul suo collega Angelo Frattini che speriamo parente, o su tale Mr. Tarek, che però pare essere a sua volta in vacanza. Alle 16:00 poi, ci comunica il nulla osta doganale del valico di El Auga che a nulla serve prima del permesso ufficiale di Israele. Considerando che siamo all’inizio della pasqua ebraica, prevedono tempi lunghi. Manco a dirlo. Le 16:30: chiamiamo Francesco Santillo del Consolato Italiano di Gerusalemme che sta interpellando anche l’Autorità Nazionale Palestinese, mentre la nostra ambasciata prosegue “i contatti” con Israele che però agirebbe in totale, insindacabile autonomia. La cosa era tutto sommato prevedibile anche dai meno esperti, ma la novità è che ora tutto dipende dal COGAT, la struttura del Ministero della Difesa israeliano competente sugli affari civili palestinesi. Ci fanno capire che da qui in poi possiamo dimenticarci qualunque permesso firmato, qualunque documento, qualsiasi cosa messa per iscritto. Tutto sulla parola. “Entrare a Gaza è come entrare nel nulla”, ci dicono. Quel che resta del Diritto è alle nostre spalle, e anche voltandosi, non lo si intravede.
Martedì 31 Marzo 2009, El Arish
Quindicesimo giorno di stop sul confine egiziano – palestinese. Di prima mattina si fa vivo da Gaza il Dr. Montasser, che ha in consegna i 2 container con gli aiuti medicali, ammessi al transito dalla dogana di Rafah il 20 marzo scorso. Ci chiede se abbiamo novità. Da Palestinese della Striscia di Gaza conosce bene le paradossali difficoltà che ostacolano in ogni impensabile modo la consegna di aiuti alimentari a Gaza. E’tutto pronto per il nostro arrivo, ci dice assicurandoci che farà tutto quello che è nelle sue possibilità per aiutarci ad entrare, “inshallah!”. Oggi potrebbe essere una giornata buona per ricevere il fatidico permesso Israeliano. E’martedì, uno dei giorni (alternati) in cui il valico di El Auga viene aperto agli aiuti umanitari... l’attesa comunicazione, però, non arriva. Proseguono i contatti con i media. E’ fondamentale che le persone, le stesse Persone che hanno reso possibile la raccolta di 36 Tonnellate di cibo di prima qualità nell’arco di un mese, conoscano l’incredibile situazione in cui ci troviamo in questo momento, insieme ai loro aiuti. Occorre che si parli di questo “sistema” che di tutto si occupa, fuorchè dei propri scopi umanitari o semplicemente di agevolare chi vuole aiutare altre persone. Semplicemente.
Siamo fortunati. Striscia la Notizia raccoglie il nostro appello e lo rilancia con un servizio in prima serata, sollecitando Farnesina e Parlamento ad intervenire. Grazie ad Antonio Ricci, una volta di più. Ora nessuno può più dire di non sapere…
Lunedì 30 Marzo 2009, El Arish
Quattordicesimo giorno di stop sul confine egiziano – palestinese. Durante la mattinata sono molte le telefonate fatte e ricevute da diversi organi di stampa per l’aggiornamento sulla situazione che purtroppo è statica. Nel primo pomeriggio veniamo contattati dalla nostra segreteria in Italia, che ci informa di aver ricevuto un comunicazione via mail da tale “Gaza Cargo” (agenzia di cui fino ad oggi non avevamo mai sentito nominare, ma che scopriremo essere una sede distaccata a Gerusalemme della Logistic Cluster, non capendo perché non hanno lo stesso nome…), che richiede la nostra dichiarazione scritta per il sostenimento delle spese di trasporto e “per le pratiche necessarie” concernenti la loro competenza, per trasportare gli aiuti umanitari nella Striscia di Gaza. Chiediamo un incontro urgente con la “Logistic Cluster” che conosciamo, qui a El Arish. Si comincia alle 16:00. Richiamiamo il Governatorato di El Arish e May Aref, responsabile comunicazione e nostra referente per Palestinian Red Crescent in Egitto. Cerchiamo di ottenere informazioni utili per capire questa ennesima novità dell’ultima ora. L’incontro con i responsabili della Logistic Cluster, Ahmed El Assad e Adam Musaled, prosegue serrato per circa tre ore. Emergono altri particolari: scopriamo ad esempio che la fantomatica “Gaza Cargo” che batte cassa via email, sarebbe in realtà la Logistic Cluster di Gerusalemme… Ok. Calma. Cerchiamo il bandolo della matassa: rispondono che, tecnicamente, la Logistic Cluster non è poi così direttamente collegata con il Word Food Program, nonostante le insegne e le bandiere del magazzino in cui abbiamo scaricato e stoccato i nostri aiuti. Sarebbe infatti “un’agenzia creata dall’ONU per far fronte alla mancanza di fondi del WFP” (!)
Quindi: si paga.
La fattura però non sarà emessa dalla Logistic Cluster di El Arish né tantomeno dalla “United Nation Cluster” - come da loro stessi riferitoci la sera del 24/03/2009 - ma dalla “Gaza Cargo” di Gerusalemme.
In questo momento non è nostro interesse né intenzione lanciarci in considerazioni avventate, certo che...
Proseguiamo. Sul finire dell’ incontro prende corpo un’altra possibilità, che ci permetterebbe di “contenere i costi”: un’agenzia di trasporti privata di loro fiducia (la “Delta International Logistic & Trasportation Company) operante a El Auga. Ahned El Assad e Adam Musaled si premurano di contattarla seduta stante… Parrebbe essere una discreta soluzione, ma il modo in cui ci viene proposta ci lascia quantomeno perplessi. Ci congediamo.
Su nostra segnalazione, nel frattempo, alcuni importanti media italiani, nel frattempo, su nostra segnalazione iniziano ad interessarsi alla vicenda. Lavoriamo fino a notte inoltrata al riordino degli appunti e delle immagini utili.
Domenica 29 marzo 2009, El Arish
La settimana lavorativa riprende oggi da queste parti. Fondamentale dunque cercare di movimentare carico e situazione. Contattiamo la giornalista della TV egiziana che ci aveva intervistato nei primi giorni di attesa al valico per un aggiornamento sulla situazione. Sembra sinceramente dispiaciuta ma - con rammarico, si intende – è chiara: “…lavoro per una televisione governativa, non posso fare niente, capitemi…” Capiamo. Lo stiamo constatando sulla nostra pelle, anche aldilà del mediterraneo, salvo poche, fortunate e lodevoli eccezioni mediatiche. Continuano anche i contatti con le nostre ambasciate in Egitto e Israele, ma non ci sono novità. Nel primo pomeriggio siamo ai magazzini del World Food Program fuori città e, quasi con stupore, vediamo le 36 tonnellate del nostro carico imballate in pallets, come Egitto e Israele desiderano. L’ennesima richiesta delle autorità è stata esaudita. Quali saranno le prossime…? Rientriamo. Chiamano dalla sede Rai per la Liguria. Un altro resoconto che andrà in onda nel TG3 regionale della sera. Poi sul TG2 nell’edizione della notte, secondo quanto ci riferiscono. Buone nuove, attendiamo domani.
Sabato 28 Marzo, El Arish
Anche oggi si profila la stessa situazione di ieri, questa volta però dovuta alla festa ebraica del Sabato. Decidiamo, per non perdere completamente la giornata, di recarci in sopralluogo fino al confine egiziano di El Auga, ma a metà strada incontriamo un grosso cartello blu con la scritta: “ Warning foreigners are forbidden to use this road” – “Attenzione agli stranieri e proibito utilizzare questa strada”. Più che un monito, sembra una minaccia. Cerchiamo di aggirare il posto di blocco passando da una strada interna, ma sembra che la fortuna non sia proprio dalla nostra parte: il vecchio taxi che ci sta accompagnando si infossa nella sabbia. Passa diverso tempo prima di risolvere questa situazione che, ad ogni modo, ci fa venire il sorriso. Tramonta il sole e torniamo indietro. Siamo su un rettilineo (fortunatamente) quando sentiamo uno scoppio e la macchina che sbanda… è la ruota posteriore sinistra… sembra una barzelletta, ma la giornata è veramente andata così.
Venerdì 27 Marzo, El Arish
Un altro venerdì di festa, la “Jumah”, trascorso in terra egiziana. Tutti gli uffici sono nuovamente chiusi e a noi non resta altro da fare che occupare la giornata con il lavoro necessario per la redazione del diario di bordo e la lavorazione delle foto per la mostra.
La giornata passa lenta…
Una telefonata dell’Ambasciata Italiana di Tel Aviv ci informa che sarà impossibile ricevere il tanto sospirato permesso israeliano per domenica, a causa dell’accavallarsi delle feste di Venerdì (per i musulmani) e del Sabato (per gli ebrei). La giornata scorre senza altre novità in un’attesa snervante.
Giovedi 26 marzo 2009, Valico di Rafah – Magazzino WFP di El Arish
Abbiamo un appuntamento presso la dogana di Rafah alle 08:30. Arriviamo puntuali MA non c’è nessuno. Ci dicono non prima delle 10:00. Bene. Fantastico. Che sia un modo per sfiancarci? Figurati. Sono le nove in punto quando ci scuote un boato. Un rumore sordo, come un tuono, ma dal basso. Poi di nuovo, dopo cinque minuti e ancora, alle 09:10 e alle 09:15. Non ci sono aerei in volo. Ci dicono che sono cannonate dalle navi israeliane, al largo di Gaza. Il rumore dei bombardamenti, dal vivo, è molto, molto diverso da come lo senti in tv. Le finestre tremano, avverti una specie di spostamento d’aria, anche da molto lontano come in questo caso, fortunatamente. Alle 10:20 arriva su un pickup scassato uno dei “nostri amici” del Mukhabarat (i servizi segreti egiziani), salutiamo, contraccambia. Fa cenno ad una guardia. Dopo un quarto d’ora, passaporti ed entriamo. Il piazzale è enorme. Alla nostra destra una decina di camionette cariche di militari in assetto antisommossa, alla nostra sinistra i due camion con i container, parcheggiati con il muso diretto verso l’uscita, direzione Egitto. Dieci minuti al metal detector, che non funziona. Per forza: qualcuno ha staccato fisicamente staccato la spina. Gliela indichiamo noi, in un angolo. Collegano, e il nastro riparte. Amen. Entriamo nell’ufficio del responsabile della dogana: ci riferisce che al nostro arrivo la polizia segreta aveva dato l’assenso – per poi negarlo - al transito di tutti e quattro i container dal valico di Rafah. Non capiremo mai che cosa si sia inceppato nelle segrete stanze, qui e al Cairo. Comincia l’ennesima riunione. Il funzionario cerca un doganiere che possa accompagnare noi e il carico ad El Arish. E’ ufficiale: l’Egitto sta respingendo gli aiuti alimentari per Gaza. Ci chiedono 10 minuti. Ovviamente passa un’ora e mezza prima che rimettano i sigilli ai container. Alle 12:00 i camion con i doganieri al seguito varcano i cancelli del valico di Rafah, direzione El
Arish. Al momento, fisicamente respinti. Un taxi, e seguiamo il convoglio fino in città. La destinazione finale non la conoscono precisamente neppure i doganieri stessi, che si fermano più volte a chiedere indicazioni ai passanti. Paghiamo il taxi e attraversiamo la città, sui pianali dei camion, fino all’aeroporto ma una volta arrivati, contrordine: non è quella la destinazione. I doganieri e gli autisti si perdono nelle campagne desertiche della periferia El Arish. Non è uno scherzo, come del resto fare un inversione a U con un tir da 16 metri in una stradina sterrata. Ma abbiamo assistito anche a questo, più volte, prima di arrivare alle 13:42 nel centro logistico di smistamento del W.F.P. (World Food Programme). I due container sono da scaricare: 36 tonnellate di aiuti divise in pacchi famiglia da 20 Kg ciascuno. A mano. In quattro. In quattro ore. Mentre i muletti a gasolio che fanno avanti - indietro saturano l’aria del magazzino di gas di scarico. Gli incaricati del magazzino sono stupiti di vederci scaricare i container in prima persona. Nel frattempo il proprietario dei camion sta facendo a pezzi la pazienza di Stefano chiedendo più soldi del previsto e qualche pacco in regalo. Sfiorata la strage. Terminato lo scarico, camion autisti e padroncino ripartono con le tasche piene, senza salutare. I ragazzi del magazzino ci accompagnano in città. L’ambasciata ci avverte che permessi per il valico di El Aouga non arriveranno prima di lunedi prossimo. E’ sera. Domani, di nuovo venerdi, è di nuovo festa. Ci addormentiamo nel frastuono dei clacson.
Mercoledi 25 marzo 2009, Valico di Rafah
Includendo il taxista, siamo in 6 in un’auto da cinque posti stretti. Quaranta kilometri che ormai conosciamo a memoria e di nuovo al valico di Rafah. Oggi c’è anche un Guru in tunica arancione che con il suo gruppo di fedeli, in borghese ma a piedi scalzi, discute e prega. Ci ammettono negli uffici solo dopo mezzogiorno. Negli uffici della dogana, nonostante tutte i colloqui e le promesse dei giorni precedenti ci troviamo per l’ennesima volta di fronte ad un altro aut-aut: Alessandria d’Egitto o il valico israeliano di El Aouga. Sarebbe a dire: o il carico torna in Italia o rimane fermo sul confine di Israele che non ammette i container ma come detto esige pallets di 110cm x 110cm x 120cm. Ci risulta però che non possano esser imballati in loco. Non potendo tornare a El Arish – dove forse l’operazione sarebbe fattibile – è il cane che si morde la coda. Siamo punto e a capo. Dopo quasi tre ore di trattativa serrata, nonostante Stefano faccia intervenire personalmente un funzionario della polizia segreta, alle 14:50 dopo l’ennesimo palleggio di competenze e responsabilità ci confermano il medesimo aut-aut. Di più: una chiamata della dogana di Alessandria nega il rientro del carico alimentare diviso dagli aiuti medici. In una parola: l’Egitto sta respingendo gli aiuti alimentari. Alle 15:18 usciamo dagli uffici del valico di Rafah. Ci dirottano sugli uffici della dogana di El Arish. Ci andiamo, altri 40 km. Alle 16:50 entriamo. L’edificio è cadente, l’ufficio del direttore delle dogane della regione del Sinai, Muhammad Taufik, tutt’altro. Tendaggi, tappeti e divani in pelle. Tv accesa su Al Jazeera accanto alla scrivania di due metri, bandiere, ritratto del premier Mubarak. Convenevoli. Un the. Ci parla della missione di Galloway, in un inglese da commedia, poi stringe: “vi ho ammesso nel mio ufficio: ditemi quel’è il problema.” Spieghiamo, in un esasperante ripetizione. Per la dogana non ci sono problemi – afferma – potete tornare ad Alessandria o passare dal valico israeliano di El Aouga, verso Gaza a voi la scelta. El Aouga, ovviamente. Ma ora il problema sono i pallets. Ci assicura che gli aiuti possono essere impacchettati nelle misure imposte da israele presso il valico. Chiama, si informa e conferma. Ci chiede di nuovo cosa c’è all’interno dei container. Lo rispieghiamo. E’una specie di incubo. Poi propone di lasciare gli aiuti alimentari qui ad El Arish: decliniamo l’ “offerta”, ri-spiegando filosofia organizzativa e scopi della missione. Ancora. Ma finge di non capire. Chiediamo conferma del nulla osta per il nostro passaggio da El Aouga, lui sorride, apre le braccia e pronuncia il fatidico “inshallah…” Se dio (o chi per lui) vuole. Alle 17:50 ci congediamo. Uscendo notiamo che anche le porte dell’ufficio sono foderate in pelle nera. Predomina la sensazione che la priorità sia sbarazzarsi del “problema” che costituiamo, “spedendo” noi e gli aiuti oltre il confine, in Israele. Ci fidiamo? Non ci fidiamo, e andiamo a chiedere udienza al vicegovernatore locale Sargani, che fortunatamente ci riceve immediatamente. Per fortuna: dopo qualche telefonata l’alto ufficiale smentisce le promesse e le rassicurazioni della dogana. Era come sapevamo: al valico israeliano di El Aouga non è possibile pallettizzare il carico né tantomeno transitare con gli interi containers. Ragioni di sicurezza… Sargani chiama Taufik, numero uno delle dogane regionali, incontrato un ora fa, e gli “ordina” di concederci una tappa a El Arish per poter imballare in pallets gli aiuti. Crediamo filtri da queste righe tutto il paradosso delle incredibili difficoltà che la missione sta vivendo, nel suo viaggio verso Gaza, giunto al suo decimo giorno di valico, e quindicesimo di viaggio e travaglio. Aggettivi come incredibile, allucinante, comico, paradossale, delirante, a conti fatti, non ci sembrano sufficienti per descrivere quanto sta accadendo e stiamo cercando di raccontare. Semplicemente.
Martedi 24 marzo 2009, Valico di Rafah
La giornata comincia presto: dobbiamo mandare dieci minuti di immagini al Tg1. I collegamenti i sono lentissimi, ma dopo due ore e mezza l’invio va a buon fine. Incontriamo a El Arish il vicegovernatore Sargani per valutare l’eventualità di una custodia sicura dei nostri container a El Arish. Non ci sono problemi. Ci manda dal direttore della mezzaluna rossa egiziana, Ahmad Orabi, che conferma. In frontiera apprendiamo che le autorità vogliono rispedire i container ad Alessandria o al valico israelo – egiziano di El Aouga. Ci consigliano di affidare il carico alla mezzauna rossa, che provvederà alle pratiche necessarie. Alle 12:10 siamo collegati in diretta telefonica con Rainews24. Nel pomeriggio rotta su El Arish. Torniamo alla mezzaluna rossa dal direttore Ahmad Orabi. Alle 19:30 inizia la riunione. Dopo una mezz’ora nell’ufficio entra una persona già vista: è il “funzionario ONU” che qualche giorno prima ci aveva “intervistato” di fronte al valico, senza fornirci (anche in quel caso) alcun biglietto da visita. Dice di chiamarsi Ahmed El Asad, giacca di pelle nera, apparentemente gioviale. Ci saluta con un “piacere di rivedervi” e ci presenta un giovane in camicia azzurra, Adam Musalam qualificandolo come “responsabile della logistic cluster service per l’ONU - World Food Program (Programma Alimentare Mondiale) che inizia ad illustrare la PROCEDURA. Spunta una nuova richiesta: una “lettera di donazione” con apposito “numero seriale”, a suo dire necessaria per avviare le pratiche. Diversi costi vengono confermati, altri vengono abbuonati, altri ancora se ne aggiungono. Aspetti delicati che al momento preferiamo non menzionare per tutelare il buon esito della missione. Domani è il decimo giorno.
Lunedì 23 marzo 2009, Valico di Rafah
Ore 09:00. La prima chiamata importante della giornata arriva da Gianpietro Testolin, responsabile dell’ufficio cooperazione dell’ambasciata italiana in Israele - Palestina, che si sta adoperando per ottenere il nulla osta al transito dei container con gli aiuti alimentari attraverso il valico di Al Aouga (o El Auja). Passare da Israele comporta però diverse e ulteriori complicazioni: l’uscita dei container dalla dogana di Rafah dove tuttora si trovano (cosa tutt’altro che semplice), il trasporto fino al centro di smistamento di El Arish (40 Km da Rafah), lo scarico di tutto il materiale dai container, l’imballaggio in pallets di 1,10m x 1,10m x 1,20m dell’intero carico senza tolleranza ammessa. Dovremo poi ricaricare gli aiuti così imballati su altri camion per il trasporto su suolo egiziano fino al valico di El Aouga, 90 Km ca. da Rafah, sul confine Egitto – Israele, dove dovranno essere nuovamente scaricati. Le 37 tonnellate di aiuti alimentari dovranno essere poi controllate, sdoganate e di nuovo caricate su Tir, Israeliani stavolta, che trasporteranno il tutto fino al confine della Striscia di Gaza. Qui dovremo di nuovo scaricare per trasferire i pallets su camion palestinesi. Permessi permettendo e non gratuitamente, si intende. Cerchiamo aggettivi per descrivere questo delirio, invano. Moataz Abdel Gaffar, responsabile della mezzaluna rossa egiziana per il valico di Rafah ci aiuta a ricalcolare le spese. Le previsioni, tra i 5000 e gli 8000 Euro, vengono purtroppo confermate. La mattinata galleggia nelle solite decine di telefonate. Approfittiamo per lavorare le foto e scrivere questo diario di bordo. Nel primo pomeriggio la polizia spinge per un dietro – front dei container, mentre la dogana si oppone all’uscita dalla zona franca. Alle 17:40 Enzo Melillo della sede Rai di Genova raccoglie telefonicamente la nostra testimonianza per l’edizione della sera. Saltiamo la cena per un’altra riunione logistica con il responsabile dello smistamento degli aiuti di El Arish fino a notte inoltrata.
Domenica 22 marzo 2009, Valico di Rafah
Per evitare problemi giriamo l’intervista con Stefano in un luogo appartato, un breve montaggio e con non poche difficoltà inviamo 10 minuti di immagini alla sede Rai di Genova, via email. Poi di nuovo al valico, dove ci dirottano al quartier qenerale della polizia segreta (Mukhabarat) di Rafah – città. Lungo la strada, sembra un film di guerra: guardie armate ogni 30 metri, armi spianate dietro pile di sacchi di sabbia. Una volta sul posto, manco a dirlo, ci fanno aspettare fuori. Siamo abituati. Soliti vetri a specchio, telecamere dappertutto. Conoscono esattamente le ragioni della nostra presenza, ma ce le chiedono ugualmente. Più volte. All’improvviso un boato. Un colpo d’artiglieria sui tunnel, probabilmente. Il tempo passaSi affaccia un ufficiale in mimetica, ci vede. Facciamo un gesto di dialogo. Dopo poco compare sulla porta un funzionario in borghese. I container con gli aiuti alimentari devono passare dal valico di Al Aouga – ci dice – ma occorre anche il nulla osta di Israele. La conversazione finisce così. Torniamo a Rafah, dove nel frattempo ha chiamato la dogana di Alessandria: le normative non permetterebbero di rispedire indietro una sola metà del carico. Le leggi doganali ci danno ragione ma il valico è sotto il diretto controllo del Mukhabarat. Stallo. Alle 15:45 squilla il telefono: è l’Ambasciatore italiano in Egitto Claudio Pacifico. Le sue parole ci rincuorano. Il pomeriggio prosegue col solito centinaio di telefonate, fino a sera inoltrata. Situazione: due container in Gaza, due in dogana, noi ancora fuori.
Sabato 21 marzo 2009, Valico di Rafah
Un’altra mattina al valico di Rafah. E’ primavera anche qui, nonostante tutto. Attila, uno dei due giornalisti ungheresi ci chiede un’intervista, ma appena imbraccia la telecamera interviene la polizia, minacciandone il sequestro: vietato far riprese. Ma… solo tre giorni fa c’erano quattro troupe televisive… Niente. Oggi è vietato. Per tutta la giornata chiediamo e attendiamo di essere ricevuti, ma non si muove una foglia. Nel frattempo, in Italia, l’ANSA batte la notizia della nostra sosta forzata al confine Egitto – Palestina. Mentre stiamo rientrando a El Arish riceviamo la chiamata dalla sede Rai di Genova che sta preparando un servizio per l’edizione della sera. In paese incontriamo il reporter giapponese: dopo 23 giorni di attesa, sta rientrando a Tokio. Cerchiamo di organizzarci per girare una breve intervista a Stefano in un caffè, ma, anche qui, dopo pochi istanti interviene la polizia a bloccare le riprese. Da non credere, ci vuole un apposito permesso.
Venerdì 20 marzo 2009, Valico di Rafah
Oggi E’ domani. Da quanto promessoci, dovremmo passare. Solo che il venerdì – lo ricordiamo – qui è festa. Siamo in stand-by dal primo mattino ma dalla guardiola ci informano che i funzionari del Mukhabarat (l’intelligence Egiziana) arriveranno solo nel pomeriggio, dopo la preghiera. Aspettiamo… Incontriamo Adam, un fotografo Inglese, un reporter giapponese che attende l’ingresso da 22 giorni e due giornalisti ungheresi. Sandor è corrispondente da Alessandria d’Egitto, Attila un colosso di 1,97 m, ha girato come freelance e collaboratore dell’Agenzia Reuters le guerre di mezzo mondo. Ci mostra alcune sue immagini da Gaza che per la loro crudezza sono un pugno allo stomaco. Ancor più a pochi metri dal Confine. Arrivano anche le cooperanti della ONG madrilena “Paz Ahora”. Ci salutano. Per il loro carico non ci sono speranze: tornano a casa. Alle 11:45 uno dei due camionisti ancora chiusi nel valico, ci informa tramite Gino Elghendi che stanno ricaricando il primo dei container dal tir palestinese – dov’era stato caricato ieri – a quello egiziano. Ancora dietro front. La notizia, preludio di un ritorno forzato, ci getta a dir poco nello sconforto. A completare la scena un vento freddo, che alza la sabbia del Sinai. Sono le 14:30 quando veniamo convocati negli uffici della polizia segreta. Entriamo dopo mezz’ora. La presenza di Brigitte è una benedizione: nessuno all’interno parla altre lingue se non l’arabo. O almeno così cercano di farci credere. La notizia è che ora vogliono respingere i containers ad Alessandria concedendo un eventuale nulla osta esclusivamente ai quattro volontari. Dopo un’ora pare si apra uno spiraglio anche per il passaggio dei due containers di aiuti medicali ma ci confermano che gli altri due carichi devono passare dal valico di Al Aouga, via Israele. L’altra notizia è che il carico sarebbe da re-imballare ex novo e tra servizi e tasse (su aiuti umanitari!) vi sarebbero ulteriori costi, dai 5000 agli 8000 Euro. Spese insostenibili e soprattutto totalmente ingiustificate. A pensar male si fa peccato, ma ai nostri occhi va delineandosi giorno dopo giorno l’aberrante industria degli aiuti. Un meccanismo farraginoso ed inquietante, che macina quantità di denaro impressionanti, inversamente proporzionali ai risultati. Quando usciamo dagli uffici, è buio. Tre ore abbondanti di trattativa un’effetto l’hanno sortito: i container con i medicinali entrano nella Striscia di Gaza. Il dott. Montasser, dirigente della Mezzaluna Rossa Palestinese ce lo conferma al telefono. Tiriamo un sospiro di sollievo. Mancano ancora i due containers di generi alimentari, 38 Tonnellate di cibo bloccate. E noi quattro, infine. A voce, abbiamo il permesso per passare, ma di abbandonare qui gli aiuti, non se ne parla. Ci ragioniamo, ma piuttosto che abbandonare qui il carico alimentare preferiamo farlo rientrare in Italia. Speriamo di non esser costretti a farlo.
Giovedì 19 marzo, Valico di Rafah
Sveglia alle 05:30, dopo un ora siamo di nuovo di fronte ai cancelli della frontiera Egitto - Palestina. Alle sette e mezza ricominciamo col gran walzer delle telefonate fino alle 11:20. Gilet rosso, si avvicina un ragazzo della red crescent: vuole le chiavi dei container. Negativo. Dopo dieci minuti ci chiamano e ci fanno entrare ma non formalmente. Siamo convocati, molto in alto. Metal detector, poi un dedalo di corridoi. Un ufficio spoglio. La fotocopiatrice e i due telefoni accanto alla scrivania del nostro interlocutore in borghese sono nuovi di zecca. Ci spiega con calma che mancano ancora dei nulla osta al nostro passaggio. Non c'è segnale. Non possiamo usare i telefoni fissi. Con l'aiuto di Brigitte rispieghiamo tutto, daccapo. Gentili ma irremovibili. Ci congedano all'una passata. Torniamo fuori. Il pranzo è acqua, biscotti e pane al sesamo. Le telefonate con la nostra Ambasciata si intrecciano a ritmo incessante. Ancora attesa. Mentre stiamo scrivendo questo diario di bordo, all'improvviso, di nuovo, ci chiamano. Stesso ufficio, stesso funzionario, altre domande. Aspettiamo nell'atrio, dove c'è segnale per chiamare. Sono le 17:20 quando da un vetro assistiamo all'inizio dello scarico dei container dai camion egiziani. Li accosta un Tir palestinese. In un nugolo di poliziotti, doganieri e funzionari, il primo container viene caricato. Non ci sembra vero, ma è un attimo. Vediamo un uomo che sta cercando di forzare il lucchetto a colpi di mazza. Stefano si precipita fuori. Un giovane vestito di rosso ora ci dice che, anche per i container, manca l'autorizzazione. Consegnamo le chiavi, aprono il container di fronte a noi e controllano un pacco famiglia. Un poliziotto in divisa osserva sospettoso una scatola di zucchero. Richiudono tutto. Samuele sale sul pianale di carico e rimette i lucchetti al container. Sono passate da poco le 18:00. Parcheggiano il Tir e ci chiedono di uscire. Giuseppe e Stefano non si staccano un attimo dal telefono. Fortunatamente possiamo contare sull’appoggio assoluto e fondamentale di tutta la nostra Ambasciata. Aspettiamo fuori. E' buio da un pezzo quando arriva una notizia: se vogliamo entrare nella striscia di Gaza stasera il permesso per starci sarà di sole 24 ore, senza container! Se scegliamo di partire domani, di una settimana, con tutti e quattro i container, ci dicono. Non abbiamo scelta. Il punto è che tutto questo sta accadendo davvero. A domani.
Mercoledì 18 Marzo, Valico di Rafah
Oggi il valico è aperto. Anche oggi a centinaia, tra cui molte donne e bambini, si assiepano di fronte ai cancelli e ad un primo "stop", 500 metri prima del valico vero e proprio, trattenuti da agenti di polizia in assetto antisommossa. C'è parecchia agitazione. Ci aggiriamo tra bambini che piangono e persone che chiedono a gran voce di potersi ricongiungere con i propri familiari. Verso le 11.30 qualcuno inizia a passare, ma per noi ancora nessuna notizia. I blindati militari si fanno largo tra la folla. Facciamo conoscenza con due cooperanti spagnole, Ana e Cristina. La loro associazione, "Paz Ahora" ha tre container di aiuti bloccati a 20 km da Suez, alla dogana di Port Sahid. La richiesta scritta dei Ministeri degli Esteri Egiziano e Spagnolo pare non abbia nessun valore: da due settimane aspettano di entrare. Un cooperante Libico attende da 17 giorni. Persino una delegazione dell'Unione dei medici Arabi (Arabmu) non riesce ad ottenere il permesso per passare. Dagli uffici del valico ci chiama uno dei due doganieri, con noi sin dal porto di Alessandria: tra mezz'ora potremo entrare. La mezz'ora si trasforma in due ore e mezza, ma quel che più importa è che ora siamo in colonna davanti ai cancelli della dogana. Passa il primo camion con i due container, noi dietro. Stiamo passando ma ci fermano, ci dicono che dobbiamo andare in coda al secondo camion. Eseguiamo. Il tir con gli altri due container varca la cancellata. Tocca a noi. Si avvicina l'ufficiale e ci chiede: “avete il permesso per passare?”, "lo stesso di quello dei container" rispondiamo. No. Non possiamo passare. Dietro front. Siamo ai confini del paradosso. Parcheggiamo e ancora telefonate, tantissime. Contattiamo e ricontattiamo tutti coloro che pensiamo possano darci una mano. Aspettiamo e telefoniamo, in continuazione. Sono le 18.00. I due doganieri al nostro seguito ci salutano e se ne vanno. Il varco chiude. Senza parole.
Lunedì 16 – Martedì 17 Marzo, Alessandria D’Egitto
Alessandria d'Egitto, lunedi 16 marzo 2009. La mattina inizia con questa notizia: non potremo viaggiare sui camion. Si pone dunque il problema di trovare una macchina e un driver. Anche in questo caso l'intervento di Gino Elghendi si rivelerà provvidenziale: dopo due ore abbiamo un'auto decente che ci viene a raccogliere al convitto. Sono le cinque quando arriviamo davanti al varco principale del porto di Alessandria. Gino e Stefano entrano in dogana, mentre Giuseppe, Samuele e Mario si spostano al varco 22 ad aspettare l’uscita del carico umanitario. Scende la sera. Sono le 18:56 quando i due tir con i container varcano la dogana. Pochi minuti e una prima sosta sul ciglio della strada per un cambio d'olio che dura due ore e mezza. Accanto a noi un piccolo gruppo di baracche, qualche fuoco, buio, carretti, muli e topi. Sono le nove quando, finalmente, partiamo per Rafah via Il Cairo. Dopo un paio d'ore facciamo una sosta per un caffè. Ci danno il benvenuto. In arabo chiedono chi siamo al nostro driver che spiega lo scopo della missione. Andiamo a pagare ma Nabil, proprietario del locale sorride e fa cenno di no con la mano. Siamo suoi ospiti. Arriviamo al Cairo che sono le undici e mezza. Proseguiamo. Alle due e mezza di notte ci fermiamo per mangiare qualcosa. Mentre "ceniamo" nel locale entra un uomo con gli occhi sgranati: è il poliziotto in borghese della scorta che non sapevamo di avere. Ci stanno seguendo da Alessandria, a distanza. Con la nostra sosta repentina ci avevano persi di vista. Proseguiamo. Sono le 03:06 quando il nostro convoglio, sul ponte della Pace, attraversa il canale di Suez. Le scorte si danno il cambio ad ogni checkpoint, che sono molti. Poi, i colori dell'alba sul deserto del Sinai ci lasciano senza fiato. Quando entriamo a El Arish sono le 06:30 del mattino. I poliziotti al nostro seguito ci fermano davanti allo stadio, in attesa dell'apertura del valico di Rafah - distante 40km - prevista per le 10:00. Inizia un'altra giornata ai confini della realtà... I doganieri imbarcati sul nostro convoglio hanno ordine di recapitarlo a destinazione a Rafah, ma la polizia non vuole farci proseguire. Inizia un conflitto di competenze che non si risolve prima di un paio d'ore di telefonate e discussioni. Alla fine la polizia ci abbandona, e d'accordo con i doganieri decidiamo di proseguire. Poco dopo le tredici arriviamo al confine.
Valico di Rafah, è il 17 marzo 2009, martedì. Scendiamo. C'è un umanità variopinta qui intorno, un po' diffidente ma cordiale. Bambine vendono pesche e latte, le mamme, in nero, sedute ai bordi della strada. Intorno, a perdita d'occhio, sabbia e piccoli alberi di mandorle, raccolte e vendute dalle donne alle centinaia di palestinesi che si accalcano in frontiera cercando di rientrare nella Striscia di Gaza. Nei giorni dell'operazione "Piombo Fuso" nessun palestinese poteva varcare il confine se non in possesso di una doppia cittadinanza. Chi ha potuto è fuggito dai bombardamenti israeliani, o si trovava fuori dalla Palestina quando iniziarono a cadere le bombe, e ora cerca di rientrare. Per molti è un odissea. Assurdamente, il valico di Rafah è normalmente chiuso. Apertura a singhiozzo e difficilmente prevedibile: per gli stanieri i documenti necessari per varcare il confine cambiano di giorno in giorno, senza una logica apparente nè sostanziale. Nel frattempo proseguono incessanti le telefonate fatte e ricevute, con croce rossa egiziana e palestinese, ambasciata, autorità portuale, ed ogni altro soggetto, istituzionale e non, utile al compimento della missione.
Sono le 16:46 quando un esplosione scuote l'aria: si alza una colonna di fumo dietro la collina, alla periferia di Rafah. Incontriamo Brigitte Faoder, presidente dell'associazione francese L'en Jeux, che sviluppa progetti in Palestina: nonostante il nulla osta del Ministero degli Esteri francese e egiziano non la fanno passare. Parla francese, inglese e arabo e ci aiuta a capire meglio come butta la situazione. Cala la sera, e il freddo. Cerchiamo una sistemazione di fortuna. Non dormiamo da quasi due giorni. Esausti, coliamo a picco nel sonno. A domani.
Domenica 15 Marzo, Alessandria d’Egitto
Alessandria d'Egitto, 15 marzo 2009. La buona notizia del giorno è che abbiamo visto e toccato i nostri container sbarcati in porto. E non è l'unica. Primo appuntamento in mattinata negli uffici della Ocean Express, agenzia di zona per la Messina, nostri corrieri ed amici. Ci andiamo con Gino El Ghendi ad incontrare il capitano Ibrahim Taha. Si accavallano due riunioni. La prima per i dettagli dello sdoganamento e del trasporto del carico umanitario. Spiegando la nostra missione mostriamo al Capitano alcune foto delle missioni precedenti. Mentre le osserva vediamo cambiare la sua espressione. Le immagini dei cosiddetti "danni collaterali" provocati dalle bombe intelligenti su donne e bambini lo colpiscono profondamente. Sentiamo che è con noi. L'aiuto di Gino e Ibrahim, telefonata dopo telefonata, si sta rivelando anche oggi preziosissimo e risolutivo. La seconda riunione, non meno importante, è indetta per risolvere un problema imprevisto che da giorni ci sta sequestrando una montagna di tempo: qui in Egitto i normali cellulari 3G NON funzionano come modem per collegarsi ad internet con il portatile. Difficile dover dipendere dagli internet point, come impossibile affrontare i costi del roaming internazionale che arrivano a 29 Euro per ogni megabyte inviato o ricevuto! Non poter inviare o ricevere files né email è l'ultima cosa che possiamo permetterci in situazioni come questa. Gino e Ibrahim ci prestano senza chiederci nulla la soluzione migliore: una classica internet key. Dopo due giorni di calvario informatico, eccoci collegati.
Qui nelle aziende di servizi normalmente non si pranza, ma quando eccheggia il richiamo del muezzin, impiegati e dirigenti si riuniscono in preghiera per pochi suggestivi minuti, al centro degli uffici. Tra computer, scrivanie e schedari, uomini in ginocchio pregano. Lo vedi differente un luogo di lavoro, così. Si riparte di slancio: pratiche, pagamenti, permessi per le riprese, si va in porto. All'ingresso il controllo è minuzioso, ma due minuti e siamo dentro. Gino, alla guida ci dice: "ve li ho messi da parte" ed è vero: dietro l'ennesima pila di container, la croce bianca e rossa di Music for Peace. Sono arrivati. Sono qui, insieme alla solidarietà di tutti coloro che hanno contribuito a riempirli. Ma i tempi di sdoganamento e carico su tir vanno oltre le ventiquattr'ore. Il pomeriggio si svuota di cose da fare, ma non con Gino, che con il suo modo rude ma di un umanità straordinaria, prima ci offre un pranzo di pesce fresco nei vicoli del centro, e poi ci invita nella sua bella casa a trascorrere il pomeriggio, parlando, bevendo the, gustando dolci di una bontà calorica dirompente, da carie a prima vista, ma deliziosi e offerti in un modo così naturale da non poter essere rifiutati. Ci racconta squarci di colore della sua vita, certo non comune, in perfetto italiano. Dopo un po' si accorge della nostra stanchezza accumulata e ci riaccompagna alla nostra "base", il convitto di Santa Caterina. Qualche dolorino di stomaco si fa sentire. Chi opta per due spaghetti, chi per andare a dormire, che domani si ri-parte, inshallah.
Sabato 14 Marzo, Alessandria d’Egitto
Questa mattina ci svegliamo aspettando la telefonata di Gino El Ghendi, responsabile per la Messina del Porto di Alessandria, per consegnare i passaporti e poter effettuare così le pratiche necessarie per il nostro permesso di ingresso all’interno del porto. Sono le 10.00, arrivano due “uomini fidati” della compagnia navale a ritirare i nostri documenti; non ci resta che aspettare. Ne approfittiamo per cercare di risolvere il problema riscontrato con la connessione internet tramite telefonino, indispensabile per poter mantenere i contatti durante la permanenza all’interno della Striscia. Non abbiamo molta fortuna.
Alle 16.45 arriva la telefonata di El Ghendi: i container hanno toccato terra, ma ormai, data l’ora, non c’è più la possibilità di procedere con le pratiche per lo sdoganamento. Purtroppo la giornata non ha prodotto molti frutti. Slitta tutto a domani mattina.
Venerdì 13 Marzo 2009, Alessandria d’Egitto
Alessandria d’Egitto, 13 marzo. Come da noi la domenica, il venerdì, qui, è festa. Ci concediamo qualche ora di sonno mattutino per tentare di smaltire la stanchezza accumulata, nella speranza di andare incontro a giornate ben più dure: quelle della distribuzione degli aiuti a Gaza. Gino, egiziano di madre italiana, ci viene a prendere nel primissimo pomeriggio, dopo la preghiera. Lavora per la Messina dal 1977, e da tempo ne è il responsabile per il porto di Alessandria. Cordiale è dir poco. Con la sua auto personale ci porta orgogliosamente al Carrefour alle porte della città. Fa impressione trovarsi in un centro commerciale in mezzo a donne velate, e capire che è sinonimo di modernità e benessere. Ci conferma che la Jolly Grigio ha attraccato all’una della notte scorsa con i nostri container a bordo. Per questioni tecniche verranno scaricati prima i container da quaranta piedi (12 metri) stivati a poppa e nella parte centrale del mercantile dopodiché sarà il turno dei nostri, collocati a prua. Tempo stimato prima che tocchino terra: 24 ore. Nonostante il giorno festivo Gino chiama il Capitano Ibrahim Taha, capo della Ocean Express, l’agenzia della Messina per l’Egitto. Mezz’ora e ci incontriamo in un caffè. Si offre per aiutarci ad ottenere a tempo di record i permessi necessari per le riprese e la documentazione fotografica all’interno dell’area portuale, ma soprattutto di ottenere per noi le migliori condizioni possibili per il trasporto dei container via terra. Attraversiamo la città fino alla parte vecchia. Case basse, marciapiedi brulicanti di persone, vicoli a doppio senso di marcia, botteghe di ogni tipo vendono dai telefonini ai conigli vivi e in bella mostra che attendono di essere macellati. Finalmente a pranzo, sono le quattro e mezza. Gino non smentisce la proverbiale ospitalità araba : non c’è modo di pagare. Gli chiediamo se è possibile entrare in una moschea, convinti erroneamente del contrario. Ci porta alla quarta preghiera del giorno, quella del tramonto nella moschea di Abulabes una delle più importanti della città. Un po’intimiditi ci togliamo le scarpe, all’ingresso. Entriamo. Camminiamo lentamente, temendo di disturbare l’intimità della preghiera. Due ragazzini ci chiedono chi siamo, ci sorridono, ci stringono la mano. Chiediamo l’assenso per girare qualche immagine. Nessun problema. Passo deciso, tunica bianca, si avvicina un anziano: di nuovo un sorriso sincero, una calorosa stretta di mano: “Benvenuti” ci dice, distante da ogni luogo comune.
Giovedì 12 Marzo, Il Cairo – Alessandria d’Egitto
Terzo giorno di missione. La sveglia suona alle 7.30. Nuovamente in mezzo al traffico del Cairo. Ci aspettano alla sede della Palestinian Red Crescent Society, la croce rossa palestinese, per partecipare insieme all’incontro cruciale: quello con la Red Crescent Egiziana (ERC), la Croce Rossa nazionale. Dall’ingresso dai graniti pregiati e dai divani in pelle chiara, risulta evidente l’importanza dell’istituzione in cui ci troviamo. Sono le ore 10.00. Nel grande atrio, una gigantografia di “Gaza under attack”, con maxifoto di bambini, carri armati e ambulanze, ci fa credere che la mobilitazione per i civili della Striscia sia massima. Saliamo la scalinata fino al primo piano. La riunione è in un grande ufficio vetrato, aria condizionata, moquette. Ad accoglierci il direttore generale, Magda El Sherbiny. I divani sempre in pelle, stavolta nera. Mentre illustriamo spirito e scopi della missione, però, l’atmosfera è tiepida. Spuntano i primi paletti: pare che non si possano far passare tutti i container da un unico valico; Accordi internazionali, ci viene detto… Alla riunione si aggiunge il numero 2 della Red Crescent Egiziana, il segretario generale Mamdouh Gabr, braccio destro della presidentessa Suzanne Mubarak, moglie del Presidente Egiziano. Il quadro che ci viene presentato non è dei più confortanti: il permesso per far entrare la delegazione nella Striscia di Gaza non dovrebbe richiedere troppo tempo, ma il carico di aiuti dovrà aspettare. Si parla di due o tre mesi per far passare i medicinali e addirittura quattro o cinque per gli aiuti alimentari. Facciamo presente che in nessun modo possiamo accettare queste condizioni; gli aiuti devono entrare con noi: abbandonarli in un qualche magazzino tradirebbe la fiducia di tutti coloro che ci hanno donato il materiale e andrebbe contro allo spirito stesso dell’associazione.
Ci spiegano poi della tavola rotonda dove l’ONU ha ben illustrato le enormi difficoltà nella consegna degli aiuti, e l’inevitabile necessità di sviluppare un particolareggiato piano di distribuzione che tenga conto di, di, di, di, di. Nel frattempo i mesi passano ma gli aiuti meno. Molto meno. Mostriamo il nostro ricco faldone di carte bollate che, a quanto pare, non bastano. La variegata lista degli ulteriori documenti da richiedere e produrre si allunga frase dopo frase, in un infinito dedalo di norme burocratiche, problematiche politiche, accordi tra Stati - ufficiali e ufficiosi - e leggi internazionali: siamo di fronte alla questione “Israelo-Palestinese”. Non ci sentiamo confortati, ma proseguiamo con mano ferma e garbo. E’ la volta delle autorizzazioni e delle “note verbali”. Tra le altre, quelle del Ministero degli Esteri, dell’autorità portuale di Alessandria d’Egitto, del governo Israeliano e UNRWA, agenzia dell’Onu per i rifugiati. Da qui, sono decine le telefonate, nella spasmodica ricerca di una soluzione a tutti questi problemi. Sono le ore 14.00. Ci congediamo. Difficile immaginarla più difficile. Il pensiero va al meeting di Sharm el Sheik, dove solo qualche giorno fa i “donatori” internazionali hanno promesso miliardi di euro da investire nella ricostruzione della Striscia di Gaza. Ma allora perché tutte queste difficoltà per far passare quattro container? Saliamo in macchina abbastanza scorati, ma appena ricominciamo ad annaspare nel traffico, squilla il cellulare. Inversione ad U. Veniamo riconvocati. Sono le ore 14.30. Il segretario generale Mamdouh Gabr, ci informa che ha ottenuto il permesso per lo sdoganamento dei container e per l’arrivo della carovana umanitaria a Al Arish a 40 Km dal valico di Rafah. Con tutta probabilità, dato il grande appoggio della nostra ambasciata e delle nostre istituzioni, il periodo di attesa sarà di gran lunga più breve, forse. La Red Crescent Egiziana può arrivare fin qui, data la situazione, ma siamo decisamente rincuorati dalla notizia, anche se risulta evidente che il cammino verso Gaza sarà tutto in salita.
Un primo “step” è concluso, possiamo partire per Alessandria d’Egitto mentre sul Cairo cala la sera.
Il profilo scuro di due piramidi, nel traffico della periferia, è un’immagine che scattiamo, di quelle che non dimentichi. Tre ore di macchina e siamo qui, ospiti del convitto della Chiesa di Santa Caterina, una meravigliosa struttura nel centro di Alessandria, che nella sua grandezza sembra dire: nessuno ha impedito che venissi costruita.
Mercoledì 11 Marzo 2009, Il Cairo
Undici marzo, mattina del Cairo. Terrazza d’albergo. Colazione stamane; pane, the nero, poca marmellata e un uovo sodo, che resta nel piatto. Ancora in cinque in taxi, una buona mezz’ora e siamo di nuovo in ambasciata (italiana). Marved ci accoglie. Sorridente autorevole e di un’efficienza che di nuovo ci impressiona. Nel Bene. Riunione breve, breve caffè italiano e arriva il van con targa diplomatica. Viaggiamo comodi e condizionati, stavolta, di corsa verso l’ospedale Palestinese, sede della PRC Palestinian Red Crescent, la Mezzaluna Rossa. E’una corsa relativa: Il Cairo di abitanti ne ha circa dieci milioni, di auto forse più. Risultato prevedibile: fermi o passo d’uomo, ma una volta sul posto, l’accoglienza è quella riservata agli Amici. Non fa caldissimo ma il divano è di quel velluto maron che sudi solo a vederlo. Alle undici inizia una riunione che durerà fino alle tre del pomeriggio. E’ un appuntamento fondamentale per la logistica ma nonostante la piena collaborazione più ci addentriamo - in inglese - negli aspetti tecnico burocratici, più emergono complicazioni. Tante. Burocrazie doganali, smistamento dei carichi umanitari, mezzi di trasporto e metodi di controllo, dimensioni ammesse e metal detectors, radiografie di interi containers. Difficile aiutare a volte. Altro caffè, si prosegue, non si pranza. Decine di telefonate, e non per modo di dire. Si accumulano domande incrociate, scenari e adeguamenti, in corsa. Si arriva a un punto, anzi mezzo. Domani ancora un incontro, nuovamente fondamentale, con la dott.ssa Magda , segretaria generale della Red Crescent Egiziana. Nel pomeriggio acquistiamo le schede telefoniche egiziane, indispensabili per le comunicazioni sempre più fitte. Sono le 17.00, possiamo concederci un pasto veloce. Un altro taxi, saliamo e mostriamo all’autista l’indirizzo scritto in arabo dell’albergo, inizia a guidare, ad un certo punto si accosta, passa il biglietto ad un passante, capiamo che non sapeva leggere. In albergo il tempo di una doccia. Sono le otto. Annibale e Ginevra dell’ufficio Cooperazione della nostra ambasciata ci regalano una splendida cena sulle acque del Nilo: godiamo di questa serata di quiete, aspettando la tempesta.
Il Cairo 10 Marzo 2009
Questa volta la faccenda è delicata. A ridosso dei tragici fatti di cronaca, con i filamenti dei riflettori spenti ma caldissimi, è delicata davvero. E’ notte fonda quando usciamo dall’aeroporto del Cairo. Tre ore scarse di sonno e suona l’implacabile sveglia ignara del fuso orario, un trillo, una doccia, e sei qui, Il Cairo. Esattamente come te la immagini, ma con più traffico, e più clacson. Prima tappa, la nostra ambasciata. Un’accoglienza sincera, sorrisi di chi ci crede ancora, anche da qui. Un ottimo caffè e una riunione serrata, attenta, puntuale. Nessuna indiscrezione: la riservatezza è d’obbligo se vogliamo che questa missione vada a buon fine. Perdiamo il filo per un momento. Immaginiamo la prua della Messina che si fa largo in questo Mediterraneo lontano. Sul suo dorso di nave, quattro container zeppi di fatica, di intenti e di solidarietà. Ce li immaginiamo diversi dagli altri, più densi, più veri. E’un istante e siamo di nuovo in riunione, sul vecchio tavolo di cedro della nostra ambasciata gli ultimi dettagli, per stamane. Appuntamento per domattina e risaliamo la corrente di questo traffico impossibile in cinque, compreso l’autista della 131 Mirafiori, il taxi più gettonato da queste parti. Cofano bianco, portiere nere, vernice a pennello cinghiale selvatico. La prima sembra l’unica marcia rimasta. Ha trent’anni, ma va. Fa impressione attraversare il Nilo mentre stiamo andando all’Ambasciata Palestinese. Ci scaricano a 200 metri, la strada è chiusa. La sicurezza ci blocca. Arriva un funzionario che ci chiede i documenti, la diffidenza è palpabile, normale, data la situazione. Entriamo in ambasciata, il funzionario verifica la nostra posizione e si tranquillizza. Il colloquio è breve, poche battute, un sorriso e di nuovo a domani. |